A cura di Alessandra Morgagni - Il diritto internazionale secondo Trump
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“Non ho bisogno del diritto internazionale. Non ho intenzione di fare del male a nessuno”. Con questa dichiarazione, rilasciata al New York Times l’8 gennaio 2026, Donald Trump ha ribadito la sua visione sul diritto internazionale. Alla domanda su quali siano i limiti al suo mandato, il presidente americano ha risposto “Si, c’è una cosa. La mia morale. La mia mente. Sono le uniche cose che possono fermarmi”.
Non è la prima volta che il tycoon manifesta insofferenza nei confronti delle limitazioni ai propri poteri presidenziali, sia interne che esterne. Sul fronte interno, è emblematica la risoluzione approvata dal Senato, attualmente a maggioranza repubblicana, per impedire al presidente di intraprendere ulteriori azioni militari contro il Venezuela senza informare il Congresso. Trump non ha apprezzato il voto di cinque repubblicani ribelli: “Non dovrebbero essere mai più eletti. Questo voto ostacola gravemente l’autodifesa e la sicurezza nazionale americana, inibendo l’autorità del presidente come comandante in capo”. Sul fronte internazionale invece spicca il disimpegno degli Stati Uniti da 66 programmi e organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione della Sanità (OMS), l’UNESCO e il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHCR). Uscire dalle organizzazioni internazionali non è un processo semplice ma possibile attraverso le modalità sancite all’interno dei trattati istitutivi di ciascuna di esse. Soprattutto non è automatico e in certi casi è necessario un preavviso di un anno oppure il voto parlamentare. A tal proposito, poiché la partecipazione ad alcuni di questi organismi è stata ratificata dal Congresso, non è chiaro se Trump possa recedere l’impegno senza un nuovo voto.
Tuttavia non passa inosservato l’approccio ambiguo di Trump verso il diritto internazionale: dichiara di rispettarlo ma con dei limiti perché “dipende da qual è la definizione di diritto internazionale”. E’ la conferma di una tendenza consolidata, dare priorità assoluta alla nazione rispetto ai trattati e alle convenzioni. Del resto, l’uso del potere militare, economico o politico è lo strumento per consolidare la supremazia americana secondo l’ideologia MAGA (Make America Great Again) da sempre presente nel suo programma politico e rilanciato nel documento sulla National Security Strategy del novembre 2025. Un approccio che non si discosta dal modello che Trump conosce meglio, ossia l’imprenditoriale.
Due casi in particolare riflettono questa strategia e concentrano l’attenzione degli analisti internazionali. Il primo è l’attacco in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro, considerato un dittatore e un leader illegittimo. Il secondo invece riguarda le mire sulla Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, membro dell’Unione Europea e della NATO. Ed è proprio all’interno dell’Alleanza Atlantica che si osservano con maggiore attenzione le mosse di Trump: alla domanda se sia più importante ottenere la Groenlandia o preservare l’alleanza NATO, il tycoon non risponde ma ammette che potrebbe essere una scelta.
Nonostante un timido consenso per un’operazione che ha portato alla rimozione di Maduro, considerato diretto responsabile della crisi nel paese, non si può ignorare che si sia trattato di un attacco sferrato senza coinvolgere nessun alleato o agenzia internazionale. Si è trattato invece di un’azione unilaterale che crea due conseguenze: da una parte un grave precedente nella violazione del diritto internazionale, dall’altra un’incognita sugli sviluppi futuri che potrebbero portare a scenari di instabilità nazionale, attualmente non del tutto chiari: quasi la maggioranza dei leader dell’opposizione di Maduro sono all’estero, pronti a tornare se ci saranno le condizioni ma che al momento risultano molto lontane dall’essere raggiunte, a causa del clima molto teso.
Ma soprattutto si rischia che l’erosione del diritto internazionale, già indebolito dalle critiche di questi anni -come l’accusa dell’applicazione di doppi standard o la mancanza di risposte immediate da parte degli organi internazionali-, diventi sempre di più la norma perché l’unico principio che conta è la legge del più forte. Una visione che potrebbe trovare la sua massima espressione nel Board of Peace, un organismo che non sembra mirare solo alla risoluzione del conflitto a Gaza ma alla sostituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), conferendo al tycoon un ruolo di potere senza precedenti.
Ufficio Stampa
Alessandra Morgagni
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