Al Teatro degli Atti di Rimini, per la Rassegna "Le città visibili", prima nazionale di "La guerra non è ancora cominciata" di Mikhail Durnenkov, con Andrea Avanzi, Tamara Balducci e Francesco Pennacchia, regia e ideazione scenica di Michele Di Giacomo

Attraverso una indagine psicologica che si alimenta di immagini surreali e di umorismo nero, lo spettacolo cattura la complessità emotiva di una generazione che lotta per assicurarsi un futuro, che cerca la parola, mentre il terreno trema sotto i suoi piedi
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"La guerra non è ancora cominciata" è uno dei primi quattro testi teatrali di Mikhail Durnenkov, uno dei giovani protagonisti della drammaturgia contemporanea russa, nato a Tynda, in Siberia, nel 1974 che, nel 1995, a Togliattigrad, diede vita alla Scuola di Nuova Drammaturgia e poi, a Mosca, come membro del movimento "Nuovo Teatro" di giovani drammaturghi russi. Dal 2022 risiede a Helsinki, poichè il giorno in cui la Russia invase l'Ucraina, Durnenkov condannò pubblicamente la guerra.

Nel giro di poche ore, tutte le rappresentazioni delle sue opere teatrali furono bandite dai teatri russi e fu costretto all'esilio, unendosi a una lunga schiera di artisti che scelsero la coscienza al posto della sicurezza.

Durnenkov, autore di oltre 15 opere teatrali e sceneggiature, rappresentate in Russia, Gran Bretagna, Finlandia, Turchia, Bielorussia, Kazakistan e Uzbekistan, arriva ora in Italia, al Teatro degli Atti di Rimini, in prima nazionale per la rassegna "Le Città Visibili", con la regia e l'ideazione scenica di Michele Di Giacomo, su traduzione di Teodoro Bonci del Bene.

In scena tre artisti di lunga formazione culturale: Andrea Avanzi, Tamara Balducci e Francesco Pennacchia che danno vita ad un intreccio senza pausa di una ventina di personaggi attraverso dieci episodi che si susseguono con ritmo incalzante, alternando momenti di ironia, tensione e intensa emotività.

 Le musiche originali di Toms Aunins, il sound design di Marco Mantovani, il progetto video di Vladimir Bertozzi e i costumi di Berta Vilipsone contribuiscono a costruire un universo scenico essenziale ma fortemente evocativo.

 Attraverso una indagine psicologica che si alimenta di immagini surreali e di umorismo nero, lo spettacolo cattura la complessità emotiva di una generazione che lotta per assicurarsi un futuro, mentre il terreno trema sotto i suoi piedi.

Sul testo pesa un senso di apocalisse imminente che i tre artisti interpretano con passione e partecipazione.

 Perchè "la guerra non è ancora cominciata" ma le guerre divampano nel mondo, come la disperazione di regioni e paesi distrutti da tempeste (il Nepal, le cui immagini scorrono sui video in scena), ed è caratterizzato da un linguaggio crudo e immediato, denso di critiche ironiche e paradossali. C'è qualcosa di universale ma c'è molto di locale e specifico del paese di origine.

 Scrive Mikhail Durnenkov:

 "Come la maggior parte di quelli della mia generazione, anche io sono influenzato dalla cultura pop americana. Tuttavia cerco sempre di preservare la mia lingua e la mia cultura, e a volte, nel corso di questa ricerca, affiora qualcosa di nuovo e sorprendente. Qualcosa di particolare che esiste solo in Russia".

Se nulla è semplice: in questa inquietante esplorazione della crisi morale, Durnenkov ci rivela come le persone comuni affrontano catastrofi globali e personali in continua escalation.

 E c'è tuttavia, in fondo, una ricerca di rapporti umani, di altruismo, nella mutazione delle situazioni, nello scambio delle stesse personalità uomo / donna.

La via d'uscita tentata: "Il bene funziona nel raggio di un braccio disteso":  il bene  inteso come azione concreta, anche se apparentemente limitata, ma che può, essa sola, produrre effetti nello spazio intorno a noi, vicino a noi.

Per "cercare la parola", come ha sottolineato Michele Di Giacomo, presentando a fine spettacolo tutta la compagnia.

Ufficio Stampa

Giancarlo Garoia
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