XXXVII, quando la ribellione diventa una forma di sopravvivenza
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Sovaj non è un personaggio costruito per piacere. È impulsiva, crudele, fragile. Quando descrive Logan come “l’unico punto fermo, la mia ancora in quel mare in tempesta”, emerge tutta la sua dipendenza emotiva. È un passaggio che funziona, perché non cerca di giustificare, ma di mostrare. La scrittura alterna momenti molto intensi ad altri più riflessivi.

In certi passaggi si avverte una forza che ricorda Chuck Palahniuk, quella capacità di restare scomodi. In altri, invece, il romanzo sembra trattenersi, come se temesse di andare fino in fondo nelle proprie conseguenze. È forse questa la sua unica vera debolezza. Ma è anche ciò che lo rende umano. XXXVII non è un romanzo perfetto. È un romanzo necessario. E oggi, non è poco.
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Ufficio Stampa
Cristiano Romanelli
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