Politica e Istituzioni
L’inciviltà della “civile” Europa
A Campobasso, capoluogo del Molise, si assiste a una scena che dovrebbe far riflettere, e forse anche vergognare: nei pressi della sede della Questura in Via Tiberio, ogni giorno si radunano gruppi di immigrati. Alcuni sono seduti, altri restano in piedi, coperti nei mesi freddi o esposti al sole cocente d’estate. Attendono il loro turno per regolarizzare la propria posizione, per ottenere un permesso di soggiorno o per sbrigare pratiche burocratiche.
A questa fila silenziosa e paziente, si aggiungono in certi periodi dell’anno altri cittadini in attesa di rinnovare o richiedere un passaporto per partire in vacanza. Due mondi diversi, quasi in contrasto: uno cerca rifugio, l’altro svago. Due realtà così lontane eppure fisicamente vicinissime, che si sfiorano ogni giorno senza incontrarsi davvero.
Ogni volta , chi osserva questa scena spera sia l’ultima. Non per voltarsi dall’altra parte, ma per immaginare una soluzione più dignitosa per tutti. È un disagio umano e sociale che dovrebbe scuotere le coscienze, tanto dei cittadini quanto delle istituzioni.
Noi italiani, un tempo emigranti in cerca di fortuna in Europa, nelle Americhe e in Australia, dovremmo ricordare cosa significhi sentirsi stranieri, bisognosi, invisibili. E oggi, da Paese di arrivo, non possiamo permetterci di restare indifferenti.
Come sensibilizzare le autorità e le organizzazioni del territorio? Come si può rompere questo muro invisibile fatto di indifferenza? Forse il primo passo è proprio parlarne, osservare senza distogliere lo sguardo, fare informazione e dare voce a chi spesso resta in silenzio.
Solo così potremo sperare in una società davvero civile, che non si limiti a tollerare, ma che scelga di comprendere e includere.