Alessandro Benati e il mistero di “L’ultimo arcano” | INTERVISTA
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Alessandro, “L’ultimo arcano” nasce da un’esperienza personale molto intensa. Puoi raccontarci come il tuo incontro con la counsellor ha influenzato il processo creativo del romanzo?
In realtà è stata più che altro una retroazione. In quell’incontro ho fatto esperienze che mi hanno aperto la possibilità di riconsiderare alcuni aspetti, specie dolorosi, del mio passato alla luce di ciò che nell’esoterismo viene chiamato “karma”, che va di pari passo con il concetto delle ripetute vite terrene. Senza entrare nel dettaglio di queste concezioni, da tale riesame è nata poi l’esigenza di trasformare alcuni ricordi in contenuti del romanzo. Ho sentito il bisogno di esternare quelle esperienze e il modo migliore mi è parso quello di scriverle.
La struttura del libro si basa sui Tarocchi e sui loro Arcani Maggiori. Perché hai scelto questo simbolismo e come ha guidato lo sviluppo dei personaggi?
Dopo aver completato la prima stesura, le osservazioni degli amici a cui l’ho fatta leggere vertevano prevalentemente sulla mancanza di ritmo. Conosco i Tarocchi da molto tempo e mi hanno sempre interessato per il loro valore simbolico applicabile specialmente alla psiche umana. Inoltre, secondo molte tradizioni, essi rappresentano uno o più percorsi evolutivi interiori. Ho quindi tentato di attribuirli a ciascun capitolo a seconda della situazione psicologica che in esso veniva trattata. L’ho fatto però in maniera molto libera, lasciandomi guidare dalle mie intuizioni a riguardo. Magari un vero esperto di Tarocchi potrebbe inorridire!?!

La memoria e i sogni giocano un ruolo centrale nel romanzo. Come hai lavorato per bilanciare realtà autobiografica e finzione narrativa?
Mi sono ispirato a quanto diceva Roland Barthes, oltre che ai miei modelli di scrittori. In sostanza Barthes parla di “momenti di verità” che si mescolano spregiudicatamente al “falso”, cioè all’invenzione letteraria, come i colori al bianco della tela del pittore. Il risultato deve però continuare a essere “verosimile”! Pertanto, ho lavorato molto per immagini, cercando di immaginare come avrebbero agito i personaggi che stavo costruendo nelle situazioni autobiografiche che ho usato. Anche i sogni, essendo prevalentemente immagini, mi hanno fornito ambientazioni ideali, al punto che alcuni li ho inseriti, attribuendoli al protagonista. Chiaramente non tutte le situazioni sono riconducibili a fatti che ho vissuto, ma lascio ai lettori il lavoro di capire quali siano inventate di sana pianta e quali no.
Il protagonista affronta un viaggio interiore oltre che fisico. Quali sono state le sfide più grandi nel raccontare questo doppio percorso?
La sfida più grande è stata quelle di non andare a rivisitare i luoghi in cui si svolge il viaggio, che frequentai nella mia infanzia con la mia famiglia d’origine, per non inquinare i ricordi e l’uso che ne avrei fatto nel romanzo. Alla fine, poi, ci sono tornato per un lungo fine settimana, ma ormai avevo già scritto tutte le parti che riguardavano San Vigilio. Navigare nella memoria, invece, mi è risultato facile, sebbene non potessi prevedere che avrei fatto scoperte poco piacevoli, se non dolorose, che mi si sono presentate come ispirazioni nel corso della scrittura di certe scene. Ma credo, ed ero ben disposto in questo senso, che faccia parte di un onesto lavoro di crescita interiore.
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