Diego De Vecchis, una storia di tennis, padel e leadership

Un buon allenatore non guarda soltanto dove finisce la palla. Osserva come il giocatore ci arriva, quale decisione prende prima di colpirla e cosa accade quando il punto non segue il copione previsto.
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Un buon allenatore non guarda soltanto dove finisce la palla. Osserva come il giocatore ci arriva, quale decisione prende prima di colpirla e cosa accade quando il punto non segue il copione previsto. È una prospettiva che Diego De Vecchis, romano, classe 1981, ha costruito attraverso una carriera vissuta prima da atleta e poi da coach e responsabile tecnico.

Il tennis agonistico entra presto nella sua vita. A tredici anni viene selezionato dalla Federazione Italiana Tennis per il Centro Tecnico Nazionale di Cesenatico, iniziando un percorso che lo porta a competere a livello nazionale e internazionale.

Nel 1997 la European Tennis Association gli attribuisce il terzo posto nel riconoscimento Boys 16 & Under “Player of the Year”. Nello stesso anno fa parte della squadra italiana che conquista il primo posto agli European Indoor Team Championships Under 16 e rappresenta l’Italia nella NEC World Youth Cup – ITF Team Championships for Boys and Girls 16 and Under.

Imparare a vedere ciò che accade prima del colpo

Passare da giocatore ad allenatore significa cambiare prospettiva. L’atleta è concentrato sulla propria performance; il coach deve imparare a osservare quella di qualcun altro, individuandone punti di forza, limiti e margini di sviluppo.

Per De Vecchis, una valutazione efficace non può fermarsi alla qualità estetica di un colpo. Tecnica, movimento, consistenza, comprensione tattica e capacità decisionale devono essere analizzati insieme.

«Un giocatore può colpire molto bene la palla, ma questo non significa necessariamente che sappia utilizzare quel colpo nel momento giusto. Il livello reale emerge quando tecnica e decisione devono funzionare insieme».

Non esiste un allenamento uguale per tutti

L’esperienza maturata nel coaching porta De Vecchis a lavorare con profili differenti: giovani, adulti e giocatori orientati alla competizione. Il principio rimane quello dell’individualizzazione.

«Prima di decidere cosa allenare devi capire cosa serve realmente a quella persona. Due giocatori possono avere lo stesso problema apparente, ma aver bisogno di due soluzioni completamente diverse».

Da qui nasce un lavoro che combina valutazione tecnica, player development, preparazione tattica e competitiva e programmazione degli allenamenti. L’obiettivo non è soltanto migliorare un movimento, ma fare in modo che quella modifica produca un risultato concreto quando il giocatore entra in competizione.

Valutare significa anche formulare un giudizio sul livello reale dell’atleta. Non basta osservare il colpo migliore: occorre capire cosa accade sotto pressione, come cambia la qualità dell’esecuzione, quali decisioni vengono prese e quanto il giocatore riesca ad adattarsi a situazioni non previste. È su questa lettura complessiva che può essere costruito un programma di sviluppo.

Quando il coaching diventa anche leadership

Con il tempo, il lavoro di De Vecchis si estende oltre la relazione individuale con l’atleta. Tra il 2018 e il 2022, come Head Padel Coach presso Country Sport Village, supervisiona un gruppo di dieci senior coaches, partecipando alla definizione degli standard di allenamento, allo sviluppo dello staff e alla programmazione delle attività.

Coordinare altri professionisti significa trasformare un metodo personale in principi di lavoro condivisibili, applicabili e adattabili da più allenatori. La responsabilità non riguarda più soltanto il risultato di una sessione o il percorso di un singolo atleta, ma anche la coerenza del lavoro svolto da un gruppo di coach.

Parallelamente, De Vecchis sviluppa una preparazione specifica nel padel, conseguendo nel 2021 la qualifica di Level 2 Padel Instructor attraverso la Federazione Italiana Tennis. La sua attività assume inoltre una dimensione internazionale, con esperienze professionali nella Repubblica Dominicana e a Panama.

L’esperienza non basta se non sai trasferirla

Essere stato atleta può aiutare un allenatore a riconoscere situazioni già vissute personalmente, ma per De Vecchis rappresenta soltanto il punto di partenza. Il vero lavoro consiste nel trasformare quell’esperienza in qualcosa che possa essere utilizzato da un’altra persona.

«Come giocatore cerchi continuamente di migliorare te stesso. Come coach devi imparare a capire come migliorare qualcun altro. È una differenza enorme, perché ciò che funzionava per te non necessariamente funzionerà per il giocatore che hai davanti».

Prima imparare a competere. Poi imparare a insegnare. Infine, imparare a valutare, programmare e guidare lo sviluppo degli altri.

Per Diego De Vecchis il tennis è rimasto lo stesso sport: è cambiato il punto dal quale lo osserva. Oggi la partita comincia molto prima del primo punto, nel momento in cui un coach riesce a capire quale giocatore ha davanti.

Ufficio Stampa

Lorenzo Tiezzi
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