Le Siège de Corinthe (Rossini Opera Festival 2026)
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Le Siege de Corinthe è l’opera che ha inaugurato il Rossini Opera Festival (dedicato al Compositore nato in città il 29 febbraio 1792), giunto alla 47esima edizione (prossime repliche il 17 e il 21 agosto).
Le Siège - tragédie lyrique in tre atti di Luigi Balochi e Alexandre Soumet - è stata rappresentata per la prima volta il 9 ottobre 1826 presso l’Académie Royale de Musique di Parigi che l’aveva commissionata. Il libretto dell’opera è ambientato a Corinto, in quella Grecia dove infuriava la guerra di indipendenza argomento, quest’ultimo, fortemente dibattuto nella Parigi dell’epoca agitata dalla nascita di un vero e proprio movimento filoellenista.
Nonostante la drammaticità del testo (Pamyra, la protagonista, si dà la morte mentre tutto attorno a lei crolla e Corinto scompare tra le fiamme di un immenso incendio), l’opera è stata molto apprezzata dal pubblico che ha riconosciuto la bravura di tutti gli artisti.
Sul podio Carlo Rizzi (presente al ROF fin dal 1992) ha diretto in modo puntuale (talvolta con solennità marziale) l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, il Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno (M° Pasquale Veleno) e la compagnia di canto (eterogenea ma compatta) che con innegabile impegno ha scritto una pagina drammatica della storia di Corinto, assediata nel 1459 dall’esercito ottomano, alcuni anni dopo la caduta di Costantinopoli.
Questi gli interpreti lungamente applauditi alla fine dello spettacolo: Vasilisa Berzhanskaya (Pamyra) in primo luogo, quindi Adrian Sâmpetrean (Mahomet), Matteo Roma (Cléomène) e Maxim Mironov (Néoclès), cui seguono Simón Orfila (Hiéros), Tianxuefei Sun (Adraste), Giuseppe De Luca (Omar) e Anna-Doris Capitelli (Ismène).
Il nuovo allestimento è firmato da Davide Livermore (assistito da Sax Nicosia) che ha curato altresì le scene (assieme a Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco). I costumi sono firmati da Gianluca Falaschi, i suggestivi disegni digitali che scandiscono le fasi della vicenda da D-Wok, le coreografie (applauditissime) da Erika Rombaldoni.

Come ha anticipato durante il primo ROF Talk Oggi è il giorno del gran viaggio (11 agosto Sala della Repubblica del Teatro), il regista torinese ha ambientato lo spettacolo all’interno di un deposito museale, dove casse di legno sparse disordinatamente custodiscono opere e rovine dell’antichità greca. Mi è piaciuto moltissimo. Livermore non delude mai.
Il regista ha messo in luce la deriva distruttiva della modernità nei confronti della bellezza costruita dall’uomo nel passato: Corinto (inclusa in una degli scatoloni del deposito) è rappresentata quale emblema dell’ideale artistico (in questo caso, il mondo dell’arte classica) che l’umanità ha prodotto e che dovrebbe essere preservato e curato.
‘L’assediante è invece la modernità, l’uomo di oggi, che irrompe (con selfie, cellulari, sigarette e volgarità varie) in questo spazio, incapace -per ignoranza- di comprenderne il valore estetico, ma anche il valore e il sacrificio di coloro che l’hanno prodotta. Fa di tutto tabula rasa e lo strumentalizza (quando possibile) per passerelle politiche’– ha concluso.
La bellezza brucia e i colpevoli siamo noi, in poche parole. Concordo in pieno.
Paola Cecchini
Immagini: Rossini Opera Festival 2026
Pesaro, Auditorium Scavolini, 14 agosto 2016
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