Non solo cervelli in fuga
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Si dibatte molto, recentemente, circa la fuga dei migliori talenti italiani verso mete estere, sia Europee che transcontinentali, in contrapposizione al rimanere sul suolo patrio, dove teoricamente, le opportunità non si trovano. Posto che come dicevano i rinascimentali “Homo Faber Fortuna Suae” e dunque spesso il problema non sta nella mancanza di opportunità ma nella mancanza della ricerca di nuove opportunità o nella mera accettazione della situazione, esiste una terza via quella della “fuga transitoria”, se vogliamo rimanere in tema, o della “apertura temporanea a realtà internazionali” se vogliamo definirla con più criterio. É il caso della docenza, laddove in molti sono in fila, per non dire in coda, nel difficile tentativo di accedere a contesti universitari italiani i cui concorsi lasciano il 99 % dei partecipanti a casa, luogo in cui spesso, conseguentemente, molti rimangono, delusi della mancanza di riconoscimento delle proprie qualità. Senza voler discutere di queste, è possibile accedere a realtà europee, in funzione delle proprie capacità, indirizzi di formazione e capacità di parlare almeno una lingua, l’inglese, che oggi è senza’ altro un elemento base della propria preparazione. Esistono infatti numerose business schools in cui si tratta di ogni sorta di argomenti, dal marketing al food, dall’health ai social, dal lusso alla sostenibilità, per citare solo alcune delle materie, che sono grandemente interessate a reclutare, con contratti a tempo, personale estero che apporti una visione internazionale agli studenti, anch’essi internazionali, che frequentano tali scuole.
Per rendere l’argomento meno fumoso e darne un esempio concreto, , intervistiamo oggi Jacopo Filippo Bargellini, un docente che ha da tempo intrapreso questa terza via, modificando anche, nel corso della sua carriera, il focus delle sue consulenze.
MM: Jacopo, che formazione hai, qual è stato il tuo percorso e come sei approdato all’estero?
JB: Di formazione sono Architetto, laureato al Politecnico di Milano, ma da sempre la mia passione era il design, così dopo una breve esperienza lavorativa sono tornato al Politecnico per fare un Master in Design Management, acquisendo forti competenze di marketing e di gestione oltre a quelle progettuali che avevo già. La mossa è stata dovuta sia alla mia passione che ad una necessità strategica: acquisire competenze che pochi avevano.
MM: E come hai proseguito?
JB:Dopo vari anni di esperienza in una azienda giapponese con sede a Milano ed in un noto studio di Architettura, ho deciso di fare il grande salto e di mettermi in proprio offrendo consulenze di design management
MM: Che consigli ti senti di dare ai giovani in questo senso?
JB: Direi “liberatevi delle vostre paure”, perché ogni volta che si chiude una porta, si apre, come si dice “ un portone”. Questo per dire che bisogna sempre osare.
MM: E tu hai osato?
JB: Confesso, non subito, o comunque forse non abbastanza. Diciamo che mi sono creato una mia zona di comfort in cui rimanevo a Milano, lavoravo, guadagnavo, ho messo su famiglia, stavo bene, finché non mi sono accorto che accettavo troppi compromessi e che le mie velleità di crescita erano regolarmente plafonate da chi non voleva vedere, forse con dolo perché ne aveva paura, le mie qualità. Ero un po’ come sulle montagne russe: si partiva, si saliva, si raggiungeva il vertice ma poi, invece di continuare a salire, si scendeva di nuovo e spesso si ritornava al punto di partenza.
MM: E come sei uscito da questa impasse?
JB: Sostanzialmente in base a tre elementi: ignorare chi sminuiva le mie capacità, verificare quali erano veramente le mie competenze e in quali ambiti avrei potuto dare di più e meglio e cercare nuove opportunità, al di fuori dei sentieri battuti.
MM: Quindi praticamente cosa è successo?
JB: Lungo la strada mi sono accorto che une delle mie passioni era insegnare e così mi ci sono dedicato anima a corpo, pur mantenendo il contatto con le aziende per non diventare un semplice teorico. Tenevo molti corsi in una scuola sola di design, a Milano dove avevo anche implementato un’area di management. Ma ad un certo punto mi sono reso conto che stavo navigando in un bell’acquario: era tutto molto comodo ma non stavo crescendo professionalmente. Inoltre era chiaro che non ci si fosse resi conto appieno di quale fosse il mio valore professionale. Per un po’ mi sono “lamentato”, poi ho deciso di dare una svolta alla mia vita.
MM: Arriviamo quindi all’estero mi pare di capire
JB: Si, esatto. Siccome parlo anche il francese, per caso si è presentata l’occasione di fare una lecture alla X Università di Parigi Nanterre sull’argomento Design Management, ma ancora l’avevo presa come una trasferta unica, da ripetere casomai una volta l’anno e niente di più.
MM: E poi?
JB: E poi è accaduto tutto molto in fretta, anche se in realtà ci sono voluti degli anni, ma è per dire che ormai avevo intrapreso una nuova direzione. Avevo capito che le mie competenze andavano ben oltre la gestione di problematiche di design e si potevano allargare al mondo del business in generale e questo mi apriva le porte alle scuole di Business appunto, oltre che a quelle di design. Avevo capito anche che il punto di vista italiano, specialmente su tematiche come il Brand e il Lusso, era molto apprezzato all’estero. Come si dice: Nemo propheta in patria. In Italia è pieno di Italiani, all’estero no.

MM: Di quale estero stai parlando?
JB: Principalmente la Francia, dove in effetti adesso insegno a Lione, Parigi, Nantes, Troyes e Marsiglia. Ma anche l’Ungheria, dove coordino un corso di marketing per le giovani aziende di design, opportunità che tra l’altro si è aperta grazie alla scuola di design dove lavoravo prima a Milano, segno che se si tengono buoni contatti alla fine le proprie qualità sono riconosciute. Ho anche studenti Brasiliani e Statunitensi, grazie alle partnership attivate da varie scuole.
MM: E, per ritornare al discorso iniziale, le università pubbliche?
JB: L’università italiana, ottima negli insegnamenti, soffre di un problema enorme che si chiama burocrazia, e questa rallenta enormemente le attività di un free lance come me che è e vuole restare indipendente. Per farla breve, o uno segue unicamente la carriera universitaria pubblica oppure e meglio che insegni una materia a contratto in una università per volta. Io ad esempio ho fatto tre anni in UNIBO ed ora sono Professore a contratto in UNIFE ma tengo anche lectures in UNICATT
MM: Ci puoi dire i nomi delle scuole dove insegni?
JB: Sono tante, ma ci provo: A Milano tengo corsi al Polidesign, alla Domus Academy al Sole 24 Ore, alla RCS Academy e alla CEGOS, pere la formazione aziendale. A Vicenza al CUOA di Marzotto. In Francia, all’INSEEC di Lione, alla STRATE di Parigi, all’EDD di Nantes, all’EDD di Troyes, alla Kedge di Marsiglia. A Budapest collaboro con la Hungarian Fashion & Design Agency.
MM: Sarà complicato organizzare! Qual è la tua strategia di gestione al proposito?
JB: Si lo é! Per la strategia Dividerei però il problema in due: uno è quello relativo agli spostamenti ed alla loro organizzazione. Effettivamente prende molto tempo ed è abbastanza stressante, anche se la dimensione del viaggio mi piace molto: tanto per dire, tra Dicembre e Gennaio ho preso 30 aerei. L’altra riguarda quali scuole scegliere: da un certo punto di vista c’è l’effetto valanga, più scuole ti vogliono più sei credibile e più scuole ti vogliono. Dall’altra ci sono i criteri di scelta: il livello della scuola, cosa si insegna, dove si trova, quali sono la paga e la policy di rimborso viaggio. Ma anche il livello qualitativo di rapporti umani che è possibile stabilire con i responsabili.
MM: E se le cose vanno male?
JB: Naturalmente tendo a fidelizzare, se le cose vanno bene non cambio, anche se cerco sempre nuove opportunità. E’ difficile che le cose vadano male una volta avviato il rapporto, ma le scuole private sono molto dinamiche quindi potrebbe essere soppresso l’insegnamento o i tuoi referenti potrebbero andare altrove, il che spesso è in realtà un punto di forza perché ti conoscono e ti propongono nuove scuole.
MM: Una regola affinata nel tempo?
JB: Chi ti dice no per tre volte non ti vuole, inutile fissarsi, meglio cercare altrove. Nuovamente affermo che è mia esperienza diretta che quando si chiude una porta si apre un Portone
MM: Un rimpianto?
JB: Avrei potuto muovermi prima
MM: Un consiglio finale per i giovani?
JB: Si lavora per tre motivi: soddisfazione personale, opportunità di carriera, stipendio. Non accettate mai di lavorare per uno solo di questi motivi e puntate sempre a raggiungerli tutti e tre.
Ufficio Stampa
marco molari
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