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Maurizio Ferrandini, la Marcia degli Automi:Il tempo di chi cammina senza fretta
C’è un’urgenza che pulsa dentro La Marcia degli Automi, il nuovo singolo di Maurizio Ferrandini. Non è un brano da playlist mordi e fuggi: è una costruzione sonora e visiva che pretende attenzione, che chiede all’ascoltatore di restare dall’inizio alla fine.
Il cuore del pezzo è un impianto ritmico che batte come un tamburo militare, un passo cadenzato che evoca la marcia di una collettività anestetizzata. Basso e synth retrò scolpiscono una meccanicità inquietante, ma non sterile: ogni colpo di cassa è una domanda, ogni ripetizione apre una crepa nel muro dell’omologazione.
Il testo, volutamente essenziale, funziona come una liturgia alienata: uomini e donne ridotti a ingranaggi, immersi in routine e schermi che spengono il sentire. Ma proprio in quella riduzione schematica si accende la scintilla del dubbio, la ricerca di un risveglio.
Il momento più sorprendente arriva con l’assolo di Tony Bellardi: una chitarra sdoppiata e intrecciata ai Moog che diventa carne e circuito insieme, lacerazione lirica che riporta l’umano al centro, prima che il corteo si richiuda su se stesso. È un passaggio che non suona come semplice virtuosismo, ma come un atto di resistenza poetica.
Sul piano visivo, il videoclip alza ulteriormente l’asticella: non accompagna la musica, la amplifica. Girato con la cura di un cortometraggio, alterna scenari distopici a visioni oniriche, trasformando la marcia in una danza ipnotica e inquietante. La regia di Ferrandini è ambiziosa, con echi del grande cinema ma una cifra personale inconfondibile.
La Marcia degli Automi non è un episodio isolato: è parte di Quello che non c’è, un’opera rock che esplora il rapporto tra memoria, assenza e contemporaneità. Se l’Atto 1 del disco disegna il vuoto lasciato dall’infanzia e dai sogni non realizzati, questo singolo ne rappresenta il contrappunto sociale: l’immagine di una collettività che marcia senza guardarsi negli occhi.
Con questo lavoro, Ferrandini firma un brano che è insieme distopico e vitale, duro e lirico, inquietante e necessario. Una canzone che non si limita a raccontare la nostra epoca, ma la mette in discussione.
Questa canzone non concede scorciatoie: per capirlo, bisogna ascoltarlo fino in fondo. In un’epoca in cui il pubblico scivola da un video all’altro senza superare la soglia dei 30 secondi, La Marcia degli Automi non ammicca né semplifica: costringe a fermarsi, a guardare, ad ascoltare.
Un atto di resistenza artistica, che trasforma la musica in esperienza e obbliga chi resta a scoprire che la vera qualità non sta nello scroll compulsivo, ma nel tempo che si decide di regalare all’arte.
IL CLIP
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