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Il fascino del Mito - HERMES... Il più divertente e simpatico degli Dei greci

Il poeta greco creò gli Dei a propria immagine e somiglianza, trasfondendo in essi la sua propria natura, ma colmandoli di bellezza, grazia, perfezione; li arricchì di passione e amore, vizi e virtù… Non più spaventevoli mostri dell’età più arcaica e feticista, dall’aspetto tra l’umano e il ferino, qualcuno dei quali “terrorizza” e “ringhia” ancora, ma una dottrina più evoluta che attribuiva agli Dei sentimenti, emozioni e sembianze umane e che è chiamata antropomorfismo.
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 Fra tutti  gli  Immortali è sicuramente il più divertente e gradevole. Simpatico e  gentile, non è per  nulla come gli  altri  Dei,  altezzosi e  prepotenti. Al contrario, è sempre  allegro, servizievole e garbato e piuttosto  burlone.

A ben pensarci, non  è che abbia tutta quell’aura divina di cui solitamente si ammantano gli  Dei, simpatico e scanzonato, ci  appare quasi  estraneo alla cerchia degli Olimpi. Scopriamo che è anche imbroglione, ladro e bugiardo,  caratteristiche  assenti  negli altri Immortali, che, però,  lo  rendono quasi  umano. 

Quel che si dice  una simpatica canaglia!

Molto precoce, sconvolge,  fin  dalla nascita, l’ordine precostituito delle cose.

Era appena nato, infatti, frutto di un’avventura di quel gaudente di Zeus con la ninfa Maia, non perse tempo e dette  inizio  a  quella che sarebbe ben  presto di-ventata la sua  “onesta” carriera di imbroglione e  ladro.

Maia lo mise al mondo sul monte  Cillene  e  lo  depose,  in fasce,  in  un  canestro; era lì solo da poche  ore, ed eccolo,  appena  la Dea si  distrasse un momento, trasformarsi in  un bel  fanciullino,  saltar  fuori  della culla  e realizzare  la sua prima opera  geniale: uno strumento musicale  e  precisamente  la cetra.  Lo  fece ricoprendo di  pelle di  bue il  guscio di una tartaruga  a cui aggiunse due bracci e sette  corde fatte di  budella  di pecore e  con  questo partì in cerca di  avventure.

Giunto nella Pieria, la prima prodezza che gli venne in mente di compiere fu, nientemeno, che potar via cinquanta capi dalla magnifica mandria del fratellastro Apollo.

Per sviare da sé ogni sospetto, l’astuto, divino fanciullo fabbricò babbucce di corteccia che legò agli zoccoli delle bestie, in modo che le orme sul terreno apparissero invertite,  poi con il frutto della razzia tornò al  monte Cillene nei  cui  pressi   nascose  la mandria  dopo averne   ucciso e scuoiate  due capi. Contento e  soddisfatto,  rientrò nella grotta di  sua madre Maia attraverso il buco  della  serratura e  tornò, con la massima disinvoltura ed ostentato  distacco ad  infilarsi nella culla;  ignorò  finanche  i rimbrotti della madre  che  gli prediceva  la collera di  Apollo.

 Questi, intanto, dopo essersi  spinto invano   alla ri-cerca  della mandria, da occidente ad  oriente e ad ogni  dove,  finì  per  arrendersi e promettere una  ricompensa a chi gli avesse consegnato  il ladro.

All’appello risposero il satiro  Sileno e  i suoi amici  i quali gli riferirono di aver visto Hermes alla  guida della mandria.

Apollo raggiunse il monte  Cillene e  si  precipitò,  nottetempo, nella grotta di Maia,  svegliandola  e intimandole di ordinare al  discolo  suo figliolo di  restituirgli  il maltolto.

La  dea  indicò  il piccolo nella culla  che  fingeva  di dormire  placidamente:

“Sei  assurdo con  le  tue accuse.” gli rispose  e  lo invitò  a cercare altrove la  mandria.

Apollo, però, aveva già visto le pelli delle due  giovenche che Hermes  aveva  messo ad  essiccare  e, spazientito,   con  gesto  brusco  strappò  dalla  culla il  pargolo  e  lo portò con  sé sull’Olimpo al cospetto di  Zeus.  La scena  che seguì era  davvero esilarante:  un Dio furente che accusava di furto un neonato che  conti-  nuava imperterrito a “sgambettare” e  recitare la commedia  dell’innocenza.

Zeus  scoppiò in una  sonora  risata;  gli  piaceva  l’arguzia di  quel precoce figliolo, ma,  in  fondo, un po’ gli dispiaceva la sua  attitudine al furto. Lo invitò, dunque,  a  discolparsi.

Era proprio  quello  che la piccola canaglia  aspettava, ma, questa volta Apollo non si  lascia  confondere dalla scaltrezza  del  fratello  e lo stesso Zeus  finì  per  ordinare al  piccolo ladro di  rendere il maltolto.

Hermes  capì che non gli  restava  altro che  ubbidire e  rivolto ad Apollo:

“Vieni con  me  e  riavrai le tue  bestie.” disse.

Ignaro del nuovo, sia pur innocente imbroglio, Apollo lo seguì  ed Insieme  i due fratelli ritornarono alla grotta del Cillene  dove  il piccolo lestofante, con fare noncurante salutò la madre, poi finse  di  rovistare  sotto una  pelle di  capra.

Apollo precipitò nella trappola del piccolo imbroglione  e  domandò:

“Che  cosa nascondi là sotto?”

Hermes gli mostrò la cetra poi, pizzicando le corde  di  quello strano oggetto,cominciò a  trarne una melodia meravigliosa con cui accompagnò un canto altrettanto melodioso.

Completamente affascinato, Apollo non  esitò un  attimo a perdonare il piccolo lestofante che, sempre cantando e  suonando lo condusse  fino  a Pilo  dove era nascosta  la  mandria e per farsi  perdonare  gli fece  dono  della  cetra. Conquistato dal suono di quello  strumento,  Apollo gli lasciò in  dono la mandria e gli  promise anche la sua amicizia e  protezione, in verità… non  fidandosi  completamente del  fratellino, gli  fece anche  giurare che mai più avrebbe  posto  le  sue  piccole mani  su  una sua  proprietà.

La genialità  del  piccolo Hermes, però, era  inesauribile:

(se qualcuno vuol proseguire la lettura:  IL MITO  -  Gli  Dei  dell'Olimpo" di Maria Pace"  

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