INTERVISTA- La metamorfosi di “Versi sparsi”: poesia come sopravvivenza

Scrivere per resistere, per guardarsi dentro e dare voce al dolore. Così Daria Di Francesco Maesa descrive il suo libro Versi sparsi, nato da esperienze di perdita e cambiamento. Un’opera che si fa bozzolo e farfalla, dolore e rinascita, segno di un viaggio personale che diventa universale.
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Nel libro si percepisce un costante dualismo tra fragilità e forza. Quanto della tua esperienza personale è confluita in questa scrittura?

Tutto. Non potrei scrivere senza attingere alla mia esperienza. Ho sempre vissuto in equilibrio instabile tra momenti di estrema vulnerabilità e gesti di grande forza. La fragilità mi ha insegnato l’ascolto, la forza mi ha permesso di rialzarmi. Nei miei versi convivono entrambe perché così avviene nella vita: ogni caduta scava spazio per una rinascita e ogni rinascita porta addosso il segno della ferita. In questo senso “Versi sparsi” è il mio autoritratto emotivo: una mappa di fratture e ricostruzioni.

Hai affermato che scrivere ti ha salvata. In che modo questa raccolta è stata un atto di sopravvivenza per te?

La scrittura è stata il mio bozzolo, mi ha protetta, mi ha permesso di guardarmi dentro senza scappare e di dare un nome al dolore senza esserne travolta. Invece di chiudere gli occhi, mi sono obbligata a fissare quello che stava accadendo trasformandolo in immagini, suoni, versi. Scrivere non ha cancellato le ferite ma le ha anestetizzate. È così che ho imparato a sopravvivere: trasformando quello che mi spezzava in qualcosa che potesse parlare ad altri.

Il linguaggio asciutto ma evocativo rende le poesie estremamente potenti. Come hai lavorato sullo stile e sulla forma?

Il mio linguaggio nasce da una necessità di sincerità. Non ho mai ricercato orpelli o frasi costruite ma volevo che ogni parola arrivasse direttamente, come un respiro o una ferita. Le immagini sono fluite attraverso di me, ognuna di loro cercando nei versi il suo peso specifico. Non ho mai ricercato la forma ma il contenuto perché, quando il corpo è nudo basta un filo di luce per raccontarlo.

Hai toccato temi come maternità, amore, perdita. Quale di questi è stato il più complesso da tradurre in versi?

La perdita, perché scrivere della perdita significa rivivere quello che è andato via, e farlo senza protezione. La maternità e l’amore, anche quando sono dolorosi, contengono la spinta vitale; la perdita invece è un vuoto assoluto: ho dovuto quindi accettare che certe assenze non si possono spiegare ma solo evocare; quindi, non bisogna descrivere il dolore ma il silenzio che segue.

Ti piacerebbe vedere una tua poesia musicata o portata in scena in futuro?

Sì, moltissimo. La poesia per me non vive solo sulla pagina ma ha un ritmo, un respiro, che può trasformarsi in musica o in teatro. Sentire i miei versi musicati significherebbe dare loro un’altra pelle, farli vibrare in modo nuovo. Portarli in scena invece sarebbe restituirli al corpo, al gesto e allo sguardo. Ogni interpretazione aggiunge significato, è come affidare un figlio ad un altro cuore e vedere cosa diventa.

Cosa vorresti che rimanesse nel lettore dopo aver chiuso il libro?

Vorrei che rimanesse una traccia emotiva più che un concetto. Che il lettore sentisse anche solo per un momento di essere stato visto e accolto. Non cerco di dare risposte o insegnamenti ma di aprire spazi: di silenzio, di ascolto, di riconoscimento. Se dopo aver chiuso il libro qualcuno avrà la sensazione di non essere solo nel proprio sentire, il libro avrà compiuto il suo viaggio.

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Giulio Berghella
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