La finanza, le tentazioni e la speranza

Dissi che la finanza è uno dei luoghi dove la tentazione umana trova la sua espressione più potente. Non perché sia cattiva in sé, ma perché è intimamente legata a una delle pulsioni più profonde dell’uomo: il desiderio di possedere, di arricchirsi, di avere di più.
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Cuneo, (informazione.news - comunicati stampa - economia)

Era sera a Cuneo. Di quelle sere limpide delle città di montagna, quando l’aria è così nitida che sembra mettere ordine anche nei pensieri. La luce delle sale illuminate contrastava con il buio fuori dalle finestre, e dentro si respirava un misto di attesa, curiosità e quella tensione buona che precede i momenti importanti.

Seduti al tavolo dei relatori c’erano figure autorevoli: Fabrizio Testa, amministratore delegato di Borsa Italiana, Francesco Profumo, già ministro dell’Istruzione, Stefano Suraniti, direttore dell’Ufficio scolastico regionale del Piemonte. Davanti a loro una platea altrettanto significativa: presidenti di fondazioni bancarie provenienti da tutta Italia, dirigenti, docenti. Ma soprattutto ragazzi. Ragazzi arrivati da ogni parte del Paese, rappresentanti dei territori che avevano partecipato e vinto nelle rispettive selezioni della competizione nazionale “Conoscere la Borsa”.

E poi c’eravamo noi.

Accompagnavo come docente un gruppo di studenti di liceo classico, arrivati dall’estremo Sud d’Italia. Quell’anno eravamo arrivati primi nella competizione nazionale.

La moderatrice della serata, una giornalista del Sole 24 Ore, si avvicinò prima dell’inizio con una curiosità autentica, quella di chi vuole capire davvero. Non c’era stupore superficiale nel suo sguardo, ma interesse intellettuale. Non le sfuggiva affatto il valore della formazione classica; anzi, proprio per questo voleva comprendere meglio il passaggio tra due mondi che molti considerano lontani.

Mi disse più o meno così:
«Professore, mi racconta come è successo? Come si arriva dal liceo classico a vincere una competizione nazionale di finanza?»

La sua domanda non era un dubbio sul liceo classico.
Era esattamente il contrario: il tentativo di capire perché proprio quella formazione potesse generare un risultato simile.

Mi chiese di intervenire durante la cerimonia.

Ricordo bene ciò che dissi quella sera.
E oggi, con il passare degli anni, lo sento ancora più vero.

Dissi che la finanza è uno dei luoghi dove la tentazione umana trova la sua espressione più potente. Non perché sia cattiva in sé, ma perché è intimamente legata a una delle pulsioni più profonde dell’uomo: il desiderio di possedere, di arricchirsi, di avere di più.

La tentazione del guadagno facile.
La tentazione della velocità.
La tentazione dell’avidità.

In finanza il rischio è credere che l’intelligenza consista nel saper guadagnare più degli altri e più rapidamente degli altri.

Ma dissi anche qualcosa che allora suonò quasi come una provocazione.

La finanza, se usata bene, è uno degli strumenti più potenti per cambiare il mondo.

Perché il denaro, in fondo, è energia.
E l’energia può distruggere oppure costruire.

Immaginiamo cosa accadrebbe se famiglie, risparmiatori, investitori scegliessero consapevolmente dove indirizzare questa energia. Se invece di investire in aziende che producono armi si investisse in imprese capaci di generare futuro. In energie rinnovabili, in innovazione sostenibile, in progetti che migliorano la vita delle persone.

Ogni investimento è una scelta morale prima ancora che economica.
È un voto sul mondo che vogliamo costruire.

Quei ragazzi del liceo classico — con il loro greco, il loro latino, le loro traduzioni lente — avevano capito qualcosa di decisivo: la finanza non è solo tecnica, è etica applicata.

Dietro ogni grafico c’è una decisione umana.
Dietro ogni titolo azionario c’è un’idea di società.
Dietro ogni rendimento c’è una visione dell’uomo.

E forse proprio per questo avevano vinto.

Perché chi studia i classici conosce bene la fragilità dell’uomo davanti alle tentazioni. Sa che il potere senza responsabilità diventa abuso. Sa che la ricchezza senza giustizia diventa povertà dell’anima.

Gli antichi lo avevano capito molto prima di noi.

Aristotele insegnava che l’economia dovrebbe servire la vita buona, non dominarla.
E Democrito ricordava che gli uomini accumulano ricchezze come se dovessero vivere in eterno, dimenticando che il tempo è limitato e che la felicità non si misura in quantità.

Quei ragazzi avevano portato questo sguardo dentro il linguaggio dei mercati.
E lì, tra numeri e algoritmi, avevano dimostrato qualcosa di semplice ma rivoluzionario: che la competenza senza coscienza non basta.

Oggi viviamo in un mondo in cui la finanza muove capitali più grandi di interi Stati, in cui una decisione presa davanti a uno schermo può cambiare la vita di milioni di persone. Per questo abbiamo bisogno di una nuova generazione di economisti, investitori, imprenditori. Non solo brillanti, ma responsabili. Persone capaci di ricordare che il denaro è uno strumento, non un fine; che il profitto può convivere con la giustizia, se l’intelligenza è guidata dalla coscienza.

E forse la cosa più bella di quella sera a Cuneo non fu la vittoria di una gara.

Fu vedere ragazzi del Sud, formati tra i classici, sedersi davanti al linguaggio complesso della finanza e dimostrare che la cultura umanistica non è il passato dell’economia, ma il suo futuro.

Perché il mondo non ha bisogno soltanto di più capitale.
Ha bisogno di più coscienza nel capitale.

E se quei ragazzi continueranno a ricordarlo, forse un giorno la finanza smetterà di essere il luogo più pericoloso delle tentazioni e diventerà ciò che può davvero essere: uno dei più grandi strumenti per costruire un mondo più giusto.

In fondo siamo cresciuti in un tempo che ha lentamente scambiato il denaro per un fine, dimenticando che dovrebbe essere soltanto un mezzo per vivere meglio, insieme. Eppure proprio mentre il pianeta brucia, le disuguaglianze si allargano e molti giovani faticano a immaginare un futuro stabile, sta nascendo una rivoluzione silenziosa che parte da una domanda semplice e radicale: a che serve il denaro, se non ci aiuta a vivere meglio insieme?

La finanza non è neutra.
O cura o consuma.

Ogni euro risparmiato, investito o speso rafforza un certo modello di sviluppo, produce effetti reali, sostiene alcune attività e ne indebolisce altre. Per questo la finanza etica non è un lusso per idealisti, ma una necessità del nostro tempo. O cura il territorio o lo abbandona. O crea lavoro buono o lo precarizza. O finanzia la transizione ecologica o alimenta la crisi climatica. O costruisce comunità o moltiplica solitudini.

La finanza etica non significa semplicemente evitare investimenti discutibili. Significa rimettere la persona al centro e usare il denaro per generare valore condiviso. Finanziare l’economia reale: imprese, cooperative, agricoltura sostenibile, scuole, energie rinnovabili, rigenerazione urbana. Valutare non solo il profitto ma l’impatto: benessere, inclusione, salute, ambiente. Costruire fiducia attraverso trasparenza e partecipazione. Mettere il capitale al servizio delle comunità.

E qui entrano in gioco esperienze nuove e concrete come le Comunità Energetiche.

Sono finanza etica che prende forma.
Capitale condiviso e non estrattivo.
Quote accessibili anche piccole.
Rendimenti doppi: bollette più leggere e benessere collettivo.
Quote solidali per chi è in difficoltà.
Rendicontazione pubblica.
Investimento paziente nel tempo.

Niente speculazione.

Perché nelle comunità energetiche vale una regola semplice:
o si vince insieme o non si vince.

Il denaro allora torna al suo posto.

Non più padrone, ma strumento.

Perché il denaro non è il problema. Conta l’intenzione con cui lo si usa. Può costruire ponti oppure scavare fossati. Ma quando capitale, fiducia e bene comune tornano a camminare insieme, accade qualcosa di sorprendente: il denaro smette di essere un idolo e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere stato.

Uno strumento per vivere meglio. Insieme.

                                                                                                                                                                   Franco Portelli

Ufficio Stampa

FRANCO PORTELLI
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