Dolore, fede e sanità: quello che Sergio Attilio Lui non ha voluto tacere in «Il tetto dell’anima»
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L’autobiografia ripercorre il 1988, anno segnato da un incidente stradale quasi letale e dalla nascita del figlio Enrico con un’atresia polmonare congenita. Uno degli aspetti più interessanti del libro è la fotografia impietosa che offre della sanità italiana dell’epoca: nei corridoi della terapia intensiva neonatale di Borgo Roma, Lui incontra famiglie arrivate dalla Sicilia e dalla Puglia dopo aver percorso tutta la penisola, perché al sud le strutture non esistevano o non bastavano.

Lo dice senza retorica, attraverso i volti e le storie di Salvatore da Fiumefreddo e Vito da Trepuzzi, padri come lui, ciascuno con il proprio bambino malato e con la propria distanza da coprire. È uno degli squarci più efficaci del libro, e forse il più attuale. In una delle scene più intense, davanti al vetro della rianimazione, Lui annota: «Più prego e più piango, più piango e più prego, ma questa preghiera mi dà un conforto dentro che mi permette di vivere e quasi accettare questa situazione.» Il testo è meno uniforme in alcuni capitoli centrali, dove la riflessione sulla fede rallenta il ritmo narrativo. Ma come documento di un tempo e di una condizione umana precisa, «Il tetto dell’anima» vale ben oltre le sue imperfezioni.
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Ufficio Stampa
Cristiano Romanelli
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