Ainalem Sansone e “Senza radici non si vola”: quando il dolore diventa direzione | INTERVISTA
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Il libro “ Senza radici non si vola” nasce da un' urgenza personale e terapeutica.
Qual' è stato il momento preciso in cui ha capito che questa storia, cosi intima e dolorosa, doveva diventare un'opera pubblica?
Questo libro nasce da un’urgenza profondamente personale e terapeutica. Sentivo il bisogno di mettere per iscritto quel sentirmi “a metà”, di dare forma e senso a ciò che avevo vissuto. Scrivere mi ha permesso prima di vedere la mia storia fuori da me, perché il cervello ha bisogno di immagini esterne per elaborare, e solo dopo di metabolizzarla davvero.
In quel processo ho scoperto qualcosa di inatteso: la scrittura era un talento che avevo dentro, ma che non era mai stato riconosciuto né aiutato a emergere. Man mano che il dolore si trasformava, ho compreso quanto questo percorso potesse diventare potente anche per gli altri, soprattutto attraverso il coaching.
È stato lì che ho deciso di rendere pubblica la mia storia. Perché ho capito una cosa fondamentale: io non sono il risultato del mio dolore. È stato il dolore, la solitudine, il non sentirmi vista a far emergere il coraggio che ha guidato ogni passo del mio cammino. E quel coraggio meritava di essere condiviso.
La figura di sua madre Awetash domina il libro come forza creatrice e simbolica. In che modo raccontarla è stato per lei un atto di riconciliazione con la sua storia familiare?
Mia madre Awetash è stata, per me, una scoperta sorprendente e profondamente trasformativa. Raccontarla mi ha permesso di vederla davvero, al di là dei ruoli e delle ferite, riconoscendone la forza creatrice.
Ha costruito la propria vita senza mai arrendersi, raggiungendo i suoi obiettivi con determinazione e dignità. In questo senso è diventata un simbolo potente per me: di resilienza, di autoefficacia, di quella forza silenziosa che continua ad agire anche quando tutto sembra ostacolare il cammino. Dare voce alla sua storia è stato un atto di riconciliazione, perché mi ha permesso di onorare la mia origine e di riconoscere che una parte della mia forza nasce proprio da lì.
Nel libro affronta il tema del sentirsi “ atopos”, fuori luogo e fuori mappa. Quanto questo senso di sospensione ha influenzato il suo percorso identitario e professionale?
Bella domanda. Sì, mi sono sempre sentita fuori luogo, come se fossi fuori mappa, in una sorta di sospensione. E questo ha inciso profondamente sia sul mio percorso identitario che su quello professionale.
Il modo in cui si cresce un bambino dipende dagli strumenti interiori che una persona ha quando diventa genitore. Non esiste un manuale: si impara facendo, affrontando uno dei compiti più complessi che la vita propone. In quel fare, di solito, si mettono amore, cura, presenza.
Nel mio caso, però, questo non è accaduto. Non mi sono sentita amata come bambina, né vista, né sostenuta nella mia autostima. Sono cresciuta in una sorta di oblio, e questo ha influenzato profondamente le mie scelte future. Per molto tempo ho agito come un automa, seguendo ciò che la società si aspettava da me, più che ciò che sentivo davvero mio.

Diventare madre ha colmato la mia vita dal punto di vista affettivo. Ma sul piano professionale il mio agire è stato a lungo istintivo, non costruito. Mi sono mancate quelle domande orientative che spesso, durante l’adolescenza, gli adulti, e in particolare la famiglia, alimentano per aiutare un giovane a credere nelle proprie possibilità.
In me, invece, era stata instillata l’idea di non essere capace, di non potercela fare, ancora prima di provare. Oggi so che proprio quel sentirsi “atopos”, fuori luogo e fuori mappa, mi ha costretta a cercare una direzione tutta mia. E paradossalmente è stato ciò che ha reso possibile il mio percorso identitario e professionale, trasformando una ferita in consapevolezza.
La narrazione intreccia autobiografia, introspezione psicologica e riferimenti a costellazioni familiari. Come ha deciso il tono e il genere letterario più adatto a raccontare una vita cosi complessa?
Come lei sa, io non nasco scrittrice e non sapevo nemmeno di esserlo. L’ho scoperto scrivendo, mentre cercavo di dare senso al mio passato. In quel processo mi sono resa conto di quanto il coaching, con le sue domande potenti, e lo studio delle dinamiche familiari mi aiutassero a vedere il quadro per intero.
Per questo non ho deciso a tavolino né il genere letterario né il tono del libro. Non è stata una scelta teorica, ma una conseguenza naturale dello sguardo che avevo maturato nel tempo, mettendo a terra tutte le competenze acquisite nel mio percorso personale e professionale.
Guardando la storia dall’alto, ho riconosciuto che la sofferenza non era solo mia, ma apparteneva a tutti i protagonisti del racconto. Ho visto i punti di forza di ciascuno e il modo in cui sono stati utilizzati, così come le fragilità che hanno condotto ognuno al proprio epilogo di vita.
Il tono si è imposto da sé: rispettoso, umano, profondo. Perché raccontare una vita così complessa significava onorarne tutte le sfumature, senza giudizio, ma con responsabilità e consapevolezza.
Molte pagine parlano della trasformazione del dolore in forza. Quale messaggio desidera arrivi più forte a chi oggi si sente spezzato o privo di radici?
Vorrei che arrivasse questo: il dolore non dice chi siamo. Quando ci si sente spezzati o senza radici, non significa essere sbagliati, ma aver camminato a lungo senza sostegno. Dentro quella ferita, però, vive già una forza silenziosa. Riconoscerla è il primo passo per smettere di cercare radici fuori e iniziare a farle crescere dentro di sé.
Dopo questo libro, quali sono le sue aspettative: continuare a scrivere, approfondire nuovi temi o portare avanti progetti legati al suo lavoro di coach?
Il mio progetto è continuare a nutrire la mia curiosità, approfondendo nuove conoscenze e competenze nel mio lavoro di coach. Per me la crescita personale e professionale non è mai separata: arricchirmi di strumenti e consapevolezza significa, prima di tutto, prendermi cura di me stessa.
So che ogni nuova comprensione che integro diventa poi una risorsa anche per gli altri. Per questo non vivo il libro come un punto di arrivo, ma come una tappa di un cammino che continua, fatto di studio, esperienza e desiderio costante di evoluzione.
https://www.carthago.it/product/senza-radici-non-si-vola/
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