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La fine degli Ultra-Ras: crolla lo strapotere dei Clan criminali Ultrà, arricchitisi con la Violenza negli Stadi

Prende forma dopo 23 anni il Decalogo Antiviolenza del criminologo Vincenti
Genova , (informazione.news - comunicati stampa - sport)

"Da oggi società di calcio e veri tifosi saranno liberi di sostenere e tifare la loro squadra del cuore senza più subire condizionamenti dagli Ultrà." Questo quanto dichiarato dall'Associazione 'Fratellanza per la pace', che ha precisato: "Il Grifone ha finalmente spezzato le catene che lo hanno tenuto per decenni imbrigliato in una gabbia di malaffari edificata da una masnada di faccendieri senza scrupolo."

"Una storia purtroppo che è emersa in tante altre curve italiane, con un'invasività più o meno marcata a seconda degli interessi in gioco", sottolinea il Presidente Luca Vincenti, che più di 20 anni fa ha scritto il Decalogo Antiviolenza 10 Regole per fare il Tifo, in qualità di criminologo.

"Le vittime degli Ultras sono i veri tifosi amanti dello sport, perché tifoso - rimarca  - non è sinonimo di ultrà. Una confusione utilizzata per costruire apologia di massa."

 

Con una nota,  il Presidente di 'Fratellanza per la pace' racconta la storia e l'evoluzione del fenomeno, attraverso esperienze dirette.

"Dagli anni ‘70  gli ultrà penetrano nell’affare calcio, controllando le curve. In quegli anni ero bambino, guardavo le partite sulle gradinate: vicino a mio nonno, a mio padre, ai miei 'sconosciuti' fratelli, quelli che ti abbracciano in lacrime dopo un goal. Fratelli di una 'fede' rispettabile, che va rispettata. Questo è ciò che si chiama 'appartenenza', lontana da quella ultras brandita come un'arma sotto la minaccia della violenza e dell’estorsione per convincerti a cantare, a stare zitto, a donare per la 'coreografia' (molte volte per i detenuti), a farti 'regalare' i biglietti.

Ripugnava vedere ogni domenica uno sconosciuto 'fratello' picchiato e umiliato, sanguinante davanti ai propri figli, solo perché si era ribellato a quei briganti da due soldi. 'Giustiziati' davanti a tutti per educare gli altri. Delinquenti comuni che pretendevano di farsi poi, rispettare da chi li assisteva come capi indiscussi. Eh si, perché loro, i 'capi', facevano sporcare le mani ai più giovani; i 'bravi' pronti a tutto pur di entrare a far parte del gruppo da piedistallo. Servivano ai loro leader sul vassoio d’argento la violenza come prova di fedeltà, il proprio fiero 'battesimo' di banda. Quando la domenica successiva i tifosi 'umiliati' tornavano al loro posto sugli spalti, i 'bravi' erano sempre lì, ad attenderli per deriderli. Braccia conserte e gambe divaricate, a controllare il territorio da spremere e sfruttare.

I tifosi muti, colpevoli di amare senza compromessi il Genoa, offrendo sempre quel sostegno incondizionato alla squadra. Tornavano a casa senza voce, o se avevano fortuna con un pallone sotto la maglia rossoblù slargata al collo. Un pallone di pelle finito per errore sugli spalti, e poi sparito improvvisamente tra le mille mani della gradinata e mai restituito. Non senza pagare pegno! Non era raro che gli ultras gli balzassero addosso per spaccargli a calci la faccia e derubarli di quel trofeo. Questo era il calcio di allora, tra i tamburi percossi a suon di eroina, Aids e violenza ciondolante come coro di sottofondo. Da una parte i pacifici tifosi, dall’altra gli ultrà e la loro 'mentalità' fatta di assurde e contraddittorie 'regole', che hanno istituito e per primi non hanno mai rispettato.

I genoani non lo hanno mai detto apertamente, ma è stata una dura convivenza. Negli stadi italiani, le cose non sono andate diversamente. Stadio che vai, dittatori che trovi. Una convivenza durata circa 40 anni, con i veterani sempre lì a fare cassetto. Spesso cucivano inimicizie e strappavano gemellaggi, come la carta igienica che lanciavano dall’anello a inizio e fine partita. Per questo li abbiamo definiti gli 'sporcavoce del tifo'. Si sono lentamente insediati e impadroniti del mondo del calcio, come un cancro divenuto una metastasi che si è allargato a macchia d’olio su scala nazionale. Fino ad oggi, fino a questo punto.

Autoproclamati e autocelebrati leader, scomunicavano con la violenza e la diffamazione i loro candidati competitor che aspiravano a loro volta diventare 'boss', macchiandosi di ogni slealtà e aggressione anche tra gli stessi gruppi ultrà in una competizione dinamica e schizofrenica tipica dei 'ras'. Padroni prima di un pezzo di ringhiera, poi di uno spalto, di una curva, e infine di uno stadio intero, diventavano gli 'sporcavoce' di tutta la tifoseria della città. Ciò avveniva via, via in tutta Italia.

Lentamente si sono arrogati il diritto di decidere tutto: cosa fosse concesso ai tifosi, come andare in trasferta, dove fermarsi e con quali mezzi, da chi comprare i biglietti, con quale modalità tifare, cosa portare allo stadio. Hanno governato indiscussi remando contro gli interessi della loro squadra, della loro maglia, che hanno pure finito per far togliere ai propri calciatori perché – loro?– 'indegni' dei colori in campo.

Contro le molteplici proprietà societarie succedute, gli ultrà decidevano per tutti i genoani se sostenere la squadra, o condannarla alla gogna, se contestarla e che misure adottare contro di essa o i calciatori. L’oggetto di contestazione non era tanto il 'risultato', quanto l’atteggiamento concedente/non concedente della società. Questa fase la potremmo definire l’epoca 'delle indulgenze', ove le società di calcio invece che denunciare – subito – sono rimaste impietrite a 'guardare'.

Eppure il dissenso, i fischi contro gli ultrà allo stadio arrivavano dagli stessi tifosi, ma venivano immediatamente placati dai 'bravi', che sono stati lì a governare per più di 40 anni. Leader indisturbati, che si 'accollavano' responsabilità di bravate che non avevano commesso, teste di legno come nella logica di gang di strada.

Intorno agli anni 2000 il mondo della malavita inizia ad avvicinare gli ultrà, fagocitandoli. Fiutando il business, li hanno trasformati in servili pupazzi che si muovono in modo maldestro in un teatrino, le curve. Un destino che il Genoa non meritava di vivere per tanti lunghi anni, e che lo ha condannato spesso dentro il perimetro di gioco a pagare tributo in classifica e a scandali, a discapito dei suoi gioiosi tifosi.

Il popolo genoano, quello del tifo vero, è sempre stato pronto ad abbracciare tutti quelli che volevano far parte di quella grande famiglia che porta con sé un lungo e ancestrale lignaggio. Gli ultras no, facevano selezione su chi portare in trasferta e chi no. A chi aveva le mani pesanti regalavano viaggio e biglietto e una bella sniffatina per metterli in 'moto' negli scontri.

Decennali e splendidi gemellaggi sono stati distrutti e spazzati via, via negli anni. Nessuno si è mai scandalizzato per qualche cazzotto, ma  il 'calcio' degli ultrà, deve sparire ed inabissarsi. Detestano il tifo moderno perché è figlio di quelle leggi ad hoc fatte per limitare i loro illegittimi poteri, che per decenni hanno finito per scoppiare il pallone e lasciare per terra una lunga scia di morti (si veda l’omicidio Bellocco).

Una minoranza di Ultras si ė impadronita di questo popolo e delle gloriose insegne del Grifo (e di altri animali totemici e mitologici che svettano su altri club calcistici in Italia e nel mondo). Sotto le vesti apparenti di protettori, si sono rivelati per ciò che sono: dittatori del tifo, tanto da definirli – con un nostro neologismo – come gli Ultra-Ras del calcio. Hanno convinto il popolo rossoblù (e ciò è avvenuto anche nelle altre tifoserie) che senza il loro coordinamento e 'protezione', il Genoa, il tifo, non sarebbe mai esistito. Hanno convinto i tifosi che per andare in trasferta dovevano essere protetti, irregimentandoli, e hanno creduto di poterli rendere per sempre docili e servili in cambio del mancato pestaggio.

Ciò che emerge oggi sul quotidiano “Il Giorno” la dice lunga, perché sono gli stessi ultrà di Milano, finiti nella black-list della società e ora indesiderati allo stadio ad affermare: "non esiste la minima condizione che ci permetta di fare il tifo come siamo abituati da decenni".  E meno male!

Finalmente si ritorna al tifo spontaneo, quello inglese, tanto decantato dagli ultrà, che lo osannano come un vero tormentone amarcord, quello degli anni ‘70-‘80, ma non per loro scelta, ma per volontà delle società di calcio (e delle istituzioni), che una dopo l’altra si rifiuteranno di essere ricattate a 'casa' loro. Il taglio alla speculazione, lo svuotamento degli interessi economici, metterà in ginocchio il business degli ultrà, destinato a fallire. Un’intera classe di professionisti della violenza sportiva andrà in pensione.

Gli ultrà ci hanno convinto per anni che erano indispensabili per far vincere la nostra squadra. Nulla è più falso e apocrifo. Il tifo del Genoa, ė un tifo inglese, come la maggior parte sorto negli anni ‘70-’80 negli stadi italiani. Hanno tirato per decenni il carro per seminare i loro interessi e mungere indisturbati la 'vacca', tradendo lo spirito di fratellanza che lega in modo spontaneo tutti i tifosi.  Il Grifo ora ė libero! Ed ecco che oggi il genoano ė un popolo in festa, che non ha più alcuna sudditanza né paura di tifare. Presto – grazie alle nuove leggi antiviolenza che già dal 2003 avevo raccomandato, scrivendone una proposta di Legge – saranno libere anche le altre tifoserie italiane.

Alcuni tifosi si sono ribellati a questo sistema mercenario e violento sorretto dalla paura e fondato sul timore reverenziale, sulla repressione e sulla violenza fisica per contendersi il potere in gradinata con la spregiudicatezza degli Ultra-Ras. Hanno sofferto anni in silenzio, hanno taciuto per paura, altri hanno disertato gli spalti allontanandosi senza mai rinnegare la fede verso la propria fede calcistica. Volevamo uno sport per tutti, oggi lo abbiamo.

Il Genoa è il nostro simbolo che si traduce in un sentimento collettivo. Forse il club, il tifo è ahinoi, l’ultimo brandello di identità locale-nazionale rimasto vivo in Italia. Una comunione, una fratellanza, un’alterità collettiva trasversale, che fonde insieme classi sociali, generi e generazioni. Il Grifone oggi torna a volare libero sopra le teste dei tifosi, dominando dall’alto la sua casa: lo Stadio Luigi Ferraris

Confido che tutte le società di calcio inizino a denunciare il condizionamento e i tentativi di estorsione, e che i tifosi si ribellino ai finti leader. Un trend che spero prenda vita in tutte le curve italiane.

Paolo Maldini decenni fa ha avuto il coraggio di prendere posizione contro gli ultras, bisogna continuare la sua coraggiosa scelta. Un calciatore e uomo da ammirare, che non ha temuto né la sua incolumità fisica, né la reprimenda degli ultras.

Invito, come quando 23 anni fa redassi il primo decalogo nazionale 10 Regole per fare il Tifo, a troncare definitivamente i rapporti con gli Ultra-Ras, compiendo quella svolta che è iniziata con le prime norme applicate e concrete del decalogo antiviolenza, presentato anche al Tribunale di Napoli nel 2023.

Ai giovani ultras diciamo: state attenti, hanno interessi economici e tessono legami con la malavita, la loro sciarpa al collo è un'anticamera della prigione, è il battesimo di banda. Emarginateli, perché senza il vostro consenso non sono nessuno. Il Calcio è libertà, è fratellanza per la pace."

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Phd  Luca Vincenti – Criminologo Clinico Esperto in Scienze Giuridiche e Forensi e Dottore in Sociologia e Scienze Sociali – West university of Timisoara. Presidente "Fratellanza per la pace" 

 

 

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