Dentro “Passi di speranza”, il coraggio quieto di Sergio Cavoli
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Sergio, in che modo hai cercato di mantenere un tono autentico nel corso del libro?
Ho cercato di restare fedele a ciò che provavo nel momento in cui scrivevo, senza abbellire né drammatizzare. L’autenticità, per me, è stata una forma di disciplina: scegliere parole semplici, evitare frasi che suonassero “giuste” ma non vere, accettare anche le contraddizioni. Non volevo costruire un personaggio, ma lasciare spazio a una voce imperfetta, umana, che potesse essere riconoscibile e non esemplare.
Quanto il tuo impegno nel sociale ha influenzato il modo di raccontarti?
Molto. L’impegno nel sociale mi ha insegnato soprattutto ad ascoltare e a non sovrapporre la mia esperienza a quella degli altri. Questo ha influenzato profondamente la scrittura: ho cercato di raccontarmi senza pretendere di rappresentare nessuno, ma con la consapevolezza che ogni fragilità merita rispetto. Stare accanto a chi soffre ti insegna che non servono grandi parole, ma presenza e sincerità. Questo approccio ha guidato anche il libro. Perché gli uni sono gli altri.

Che rapporto c’è tra la tua scrittura e il silenzio?
Un rapporto molto stretto. Il silenzio è stato spesso il punto di partenza della scrittura e, a volte, anche il suo arrivo. Ci sono emozioni che non chiedono di essere spiegate, ma solo accennate. Ho cercato di lasciare spazio ai vuoti, alle pause, a ciò che resta non detto. Credo che il silenzio, in Passi di speranza, non sia assenza, ma rispetto: per il lettore e per il dolore raccontato.
Cosa diresti a chi sta attraversando un momento in cui “andare avanti” non è scontato?
Direi che non c’è un modo giusto di andare avanti e che, a volte, andare avanti significa semplicemente restare. Restare in ascolto di sé, restare vivi a quello che si può, anche se poco. Non bisogna essere forti né avere risposte. Se c’è una cosa che ho imparato è che chiedere aiuto non è una resa, ma un atto di coraggio. E che ogni passo, anche il più incerto, ha valore.
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