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Addio Decreto Dignità: affare d'oro o grande inganno?

Il ritorno della pubblicità delle scommesse negli impianti sportivi italiani promette appena 20 milioni annui allo sport, una cifra irrisoria rispetto ai miliardi del giro d'affari del betting. Mentre 1,5 milioni di italiani soffrono di ludopatia, ci si chiede se valga davvero la pena riaprire le porte al gioco d'azzardo per così poco.
Roma, (informazione.news - comunicati stampa - sport)

Dopo anni di stop forzato, la pubblicità del gioco d'azzardo fa il suo ritorno negli stadi italiani. Il superamento del Decreto Dignità del 2018 riapre le porte agli accordi commerciali tra società sportive e operatori del betting. Una mossa presentata come salvifica per le finanze dello sport, ma che nasconde una realtà ben diversa.

I numeri di un affare discutibile 

I numeri smascherano l'inganno. L'accordo prevede che l'1% del turnover delle scommesse sportive vada allo sport italiano: secondo le stime basate sui dati di GiocoResponsabile.info, parliamo di appena 20 milioni di euro all'anno in media nei prossimi sei anni. Briciole, se confrontate al giro d'affari del settore che supererà i 2 miliardi nel 2030.

Una cifra che, rapportata al bilancio pubblico italiano di oltre mille miliardi annui, solleva una domanda scomoda: serve davvero riaprire le porte alla pubblicità delle scommesse per incassi così marginali?

Una beffa per il calcio professionistico

Per le leghe maggiori, questi introiti non valgono molto. Il restauro di un singolo stadio di Serie A supera i 200 milioni di euro, come dimostrano i progetti per il Dall'Ara di Bologna o l'Artemio Franchi di Firenze. Anche in Serie B, gli interventi strutturali costano 45 milioni, come nel caso di Empoli.

Con 20 milioni annui, il fondo coprirebbe appena il 10% del costo di un singolo stadio. Questo non risolve nessun problema strutturale del calcio italiano, ma serve da scusa per riaprire un mercato pubblicitario da miliardi agli operatori del betting.

Diverso il discorso se questi fondi fossero destinati ai settori giovanili e alle serie minori. In questo ambito, 20 milioni potrebbero fare davvero la differenza: miglioramento delle strutture di base, formazione degli allenatori, fornitura di attrezzature moderne e supporto alla partecipazione a tornei giovanili.

Un investimento che, nelle aree meno sviluppate e per le discipline minori, potrebbe avere un impatto reale e misurabile sulla crescita dei talenti e sull'inclusione sociale attraverso lo sport.

Il paradosso del calcio

Il fondo inoltre sembra destinato principalmente al settore calcistico. Una scelta discutibile, considerando che secondo i dati del CONI il calcio sta perdendo terreno rispetto ad altri sport per numero di praticanti.

L'Italia conta oltre 40 federazioni sportive riconosciute. Una distribuzione intelligente potrebbe sostenere discipline come atletica, nuoto, judo e rugby, finanziare impianti per sport di nicchia e aumentare la pratica sportiva territoriale.

Il vero costo sociale della manovra

Il rovescio della medaglia ha un peso devastante. Il gioco d'azzardo patologico costa alla collettività tra mezzo miliardo e un miliardo di euro l'anno, secondo dati ISS ed Eurispes. In Italia 1,5 milioni di persone soffrono di ludopatia, ma solo 12.000 sono in cura presso i centri SerD.

La pubblicità negli stadi normalizzerà ulteriormente il gioco d'azzardo, soprattutto tra i giovani. Un paradosso grottesco: gli stessi 20 milioni che dovrebbero "salvare" lo sport potrebbero raddoppiare il numero di pazienti in trattamento per dipendenza da gioco. Il prezzo sociale di questa operazione supererà di gran lunga i benefici economici promessi.

Il ritorno del betting negli stadi non è quindi una strategia per rilanciare lo sport, ma una scorciatoia economica dal ritorno misero e dai costi sociali enormi. Non esistono piani chiari sulla destinazione dei fondi, non c'è trasparenza nella gestione, non ci sono garanzie sui benefici reali.

Quello che c'è, invece, è la certezza che 1,5 milioni di italiani continueranno a soffrire di ludopatia, mentre la pubblicità del gioco d'azzardo tornerà a martellare dai maxischermi degli stadi.

La domanda che ci poniamo è semplice: esiste davvero solo questo modo per finanziare lo sport italiano? O è più comodo accettare questo compromesso al ribasso piuttosto che cercare soluzioni strutturali e sostenibili? 

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