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Arte e Cultura

Claudio Di Giammarco e il ponte tra due mondi in “Caracas - Cuneo One Way”

Claudio Di Giammarco, autore di “Caracas - Cuneo One Way”, racconta con coraggio e sincerità il percorso di chi lascia la propria terra per reinventarsi. Tra memoria, scelte radicali e introspezione, il libro diventa uno specchio per chiunque abbia affrontato un cambiamento profondo.
Roma, (informazione.news - comunicati stampa - arte e cultura)

Ciao Claudio, è un piacere averti con noi. Nel libro parli di un distacco necessario per crescere: quale momento ti ha segnato di più durante questo passaggio?

Il momento che mi ha segnato di più è stato l’addio che brucia: Tornare in Venezuela dopo 11 anni, l’aeroporto, il volo, e la consapevolezza—per la prima volta—di essere felice di tornare in Italia, felice di andarmene. È lì che ho capito che non stavo lasciando solo un Paese: stavo lasciando anche una parte di me, e che “visitare” e “vivere” sono due cose diverse, soprattutto quando vivi nella paura quotidiana.
E poi c’è l’altro momento simbolo: anni dopo, su un balcone in Piemonte, con un whisky in mano, quando mi sono chiesto “Come ci sono finito qui?” e ho deciso che avrei raccontato tutto: quello, per me, è stato il punto di non ritorno.

Quanto è stato difficile bilanciare emozioni personali e capacità di rendere la storia universale per il lettore?

È stato difficile perché questo libro nasce come sfogo: avevo bisogno di buttare fuori il peso di una vita e finalmente far arrivare la mia voce dove volevo.

Per renderlo “universale” non ho provato a rendermi simpatico o perfetto: ho provato a essere vero. E dentro quella verità ci finisce qualcosa che riguarda tanti: il punto non è solo partire, è quello che perdi nei legami e nel senso di appartenenza—fino a sentirti straniero perfino “a casa tua”.

Quali aspetti della tua identità hai riscoperto o reinterpretato scrivendo il libro?

Ho riscoperto che io sono fatto di reinvenzioni: non uno solo, ma tanti “me” diversi—testardo, creativo, musicista… e mille lavori per restare in piedi con dignità.

E nel finale lo dico chiaramente: non sono più solo il ragazzo di Caracas o il cameriere di un periodo—oggi mi riconosco come uomo e padre, e la mia idea di casa è cambiata di conseguenza.

Ci sono episodi che, pur dolorosi, ti hanno regalato consapevolezza o leggerezza?

Sì. Ci sono episodi che fanno male ma ti cambiano la pelle.

Il primo è la morte di Emiliano: una telefonata e, da lì, quel senso di colpa che resta e torna a bussare, perché certe persone le capisci davvero quando non ci sono più.

Poi c’è Thiago: l’attesa, la paura, e quel momento in cui arriva la sentenza—“Thiago non c’è più”—e il mondo si spegne senza fare rumore. È un dolore che ti dà una lucidità brutale su cosa conta davvero.
E infine la perdita di papà: rivederlo nel ricordo mentre mi dice addio mi spacca ancora oggi, e mi resta addosso il pensiero che avrei voluto fargli leggere questo libro.

La “leggerezza”, paradossalmente, arriva in momenti “sporchi” e assurdi, come Rimini: non per il mare o altro, ma perché per qualche giorno mi sono sentito libero, fuori da tutto. A volte basta quello per rimetterti in asse.

Se dovessi dare un consiglio a chi sta affrontando un trasferimento radicale, quale sarebbe?

Direi questo: metti in conto il lutto. La parte più dura non è cambiare città: è spezzare relazioni e, a volte, tornare e non sentirti più “a casa”. Non sei sbagliato tu: è un effetto reale dell’emigrazione.
Secondo: preparati anche allo scontro pratico (documenti, burocrazia, incastri assurdi): non romanticizzarlo, affrontalo come una maratona.

E ultimo: scegli un posto dove puoi ancora sentire amore, libertà e speranza. Perché alla fine “casa” è quello.

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