Nel cuore di “F.P.Q.R.”, tra imperi futuri e antiche verità | INTERVISTA

Un’intervista che ci porta dentro la visione di Manuele Bocci: tra suggestioni cinematografiche, richiami alla storia romana e uno sguardo critico sul nostro tempo. “F.P.Q.R.” è solo l’inizio di una trilogia dove politica, fede e destino si intrecciano in un’epopea distopica affascinante e profonda.
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“F.P.Q.R.” mescola storia, politica e fantascienza. Qual è stata l’ispirazione principale per creare un universo così complesso e allo stesso tempo credibile?

Tutto è iniziato dopo un periodo particolare della mia vita. Un periodo di cambiamenti. Con l’aggiunta della visione della serie L’uomo nell’alto castello e il lavoro nei musei che mi ha fatto scattare qualcosa. Così ho iniziato a scrivere la mia storia. Avendo studiato la storia e l’arte, ho notato come spesso un regno nasca con contraddizioni e ambiguità. Volevo far tornare il politeismo. Ma stavolta è composto dalle moderne religioni monoteiste riunite insieme. Mi piaceva creare una forza romana ibrida, una forza influenzata dalle virtù romane ma anche dalle sue oscurità passate e future. Roma ha sempre vissuto tra grandezze e ombre. La sua forza dormiente decide di rinascere in questo impero futurista. Perché Roma è eterna così come eterne sono le sue contraddizioni.

Il protagonista Marco d’Aureli incarna ideali di grandezza e autorità. Quanto c’è di mito storico e quanto di riflessione contemporanea nella sua figura?

Marco d’Aureli è l’iniziatore del nuovo principato romano futurista. Il suo personaggio è ispirato all’imperatore Marco Aurelio. Il mio imperatore preferito, saggio e determinato. I musei capitolini, dove lavoro, sono dedicati in gran parte a lui. Per questo Marco d’Aureli è un personaggio che nasce dall’incontro tra storia e immaginazione. Dalla storia ha preso l’attitudine dei grandi uomini dell’epoca imperiale romana. Dell’immaginario prende il modo in cui affronta le trasformazioni politiche in atto. Un uomo che assimila le tradizioni romane e le porta nel futuro. Ma un uomo anche tormentato dalle visioni provocate dalla sua adesione all’Organismo Pendulum. Senza di loro avrebbe avuto lo stesso trionfo?

Il romanzo affronta il delicato equilibrio tra libertà e obbedienza. Come hai voluto esplorare questo tema attraverso la tua narrazione?

Il mondo romano e quello che ci si prospetta nel futuro sono realtà che non potrebbero essere più lontane. Si può pensare che il tempo antico sia stato più obbediente e servile del nostro. Ma non è sempre così. Spesso la nostra epoca e quella futura sono prigioniere di meccanismi invisibili che nell’antichità non c’erano. I personaggi della storia devono decidere se sottomettersi ad un ordine che appare efficiente e rassicurante, oppure rimanere nell’autonomia rischiando di entrare in un maggiore caos.

Come nasce l’idea di ambientare la storia in un futuro distopico sulle rovine degli Stati Uniti d’Europa? È una metafora del nostro presente?

Ho provato a creare un impero romano che torna in un futuro dove ci sono molte incertezze e guerre, la tecnologia è rimasta solo ai potenti, quindi si torna a vivere di cose semplici. Gli stati hanno creato delle città auto sostenibili, lasciando il resto nel degrado. La distopia serve proprio a focalizzare le cose che sono buone da salvare e l’impero romano, decidendo di tornare, può di nuovo ergersi a modello per tutta l’Europa, seppur con i suoi difetti. L’Europa del romanzo rispecchia le incertezze del presente portate all’eccesso in chiave narrativa.

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