Nuova recensione del libro di Nicola Feruglio: "FIGLI DI UN'ANTICA VENDEMMIA" a cura di Alberto Brumat

Il libro di Nicola Feruglio è un dispositivo producente “commozione ed espansione" della nostra energia/coscienza, testo esplicitamente candidato al portare alla luce ed esprimere qualcosa di difficilmente esprimibile, che solo l’ibridazione tra poesia e prosa può evidenziare: la possibile liberazione “estatica” della nostra coscienza.
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ROMA, (informazione.news - comunicati stampa - editoria e media)

Il libro di Nicola Feruglio è un dispositivo producente “commozione ed espansione" della nostra energia/coscienza, testo esplicitamente candidato al portare alla luce ed esprimere qualcosa di difficilmente esprimibile, che solo l’ibridazione tra poesia e prosa può evidenziare: la possibile liberazione “estatica” della nostra coscienza.

Questo accade sempre negli scritti di Nicola Feruglio, e in questa raccolta poetica, pare accadere in forma accentuata anche al poeta stesso, mentre scrive, mentre dona forma a questo evento/canto, che libera e allo stesso tempo protegge (o sacralizza), questo “spazio interiore” rivendicato poeticamente, che "esce" allo scoperto riuscendo ad espandersi. Questa visione è infatti l'atto creativo e poetico di tipo visionario che rivendica l’orgia dionisiaca o per citare il titolo del libro, quell’antica vendemmia dalla quale tutti discendiamo. Nei primi versi del componimento "Sconfinare da sé", l'autore scrive:"…rinsavire dalla località del corpo e dall' illusione dell' Io..", attraverso questi splendidi versi ossimorici, l’autore ci invita a rinsavire, cioè ad uscire di senno, se il senno nel suo significato ordinario, ha a che fare con: convenienza, prudenza, assenza di indeterminatezza e limitatezza; ecco quindi, l' estasi coreutica, l’estasi energetistica, l'estasi corale, quella del coro tragico greco, danzante e cantante,che Feruglio ripropone come una necessità psichica, tanto essenziale quanto repressa nell’animo umano, mettendola in ampio dialogo con molteplici forme culturali antiche e contemporanee, tra le quali, l’ecosofia di Deleuze e Guattari, l’improvvisazione Free jazz di Archie Shepp, il teatro vivo di Julian Beck, la Cosmovisione indigena dei Mapuche, l’immediatezza di Giorgio Colli, la sperimentalità cinematografica di Koyaanisqatsi e i riti poetici di Allen Ginsberg…, analogie che ci portano nella direzione opposta che è, o che si traduce sempre nel misterioso fenomeno dell' espansione della coscienza. L'esser vinti, da un flusso di forze ri-unificanti, abbracciando quel processo nel quale l’energia della coscienza si accende,consentendoci la fuoriuscita dalla forma preliminare delle cose; ecco l’orizzonte esperienziale del libro di Nicola Feruglio, che lui stesso definisce come un “progetto poetico/prosaico”.

Rimanendo ancora sui versi ossimorici, l'autore nel corso del testo, ci narra infatti di un "impazzimento regolato", facendo riferimento nuovamente all'orgia, un'orgia come viene intesa dal filosofo Plotino, di tipo ontologico.  Da qui l’analogia forte tra l’orgia e “l’antica vendemmia”, processo danzante, ululante e vaticinante. Tutto ciò deve avere a che fare con il magico, con la commozione, con il cuore, con il pianto, con il precipitare e l'elevarsi e lo struggersi. Ciò implica l' allontanarsi consapevole dal ragionamento dualistico dell' Io, e l’avvicinarsi ai palpiti dell’ecosistema, al turbinio delle foglie e i loro messaggi anticamente decifrati e sibillinamente enunciati, e ancora al divenire incessante dell’Essere e della sua parola epigenetica. Un fare poesia per contrastare e ribellarsi al nuovo capitalismo che tutto strumentalizza e disgrega con mirabili capacità, in grado di imbrigliare anche lo spirituale, il sacro e l'intimo delle creature ormai  pilotato, sfruttato, svilito e nullificato.

Ecco il dilemma che Feruglio fa proprio, traducendolo in uno dei titoli delle poesie presenti nel testo: “L’automa o il poeta?”.

Siamo dinnanzi ad un libro fortemente “politico”, che si articola come un appello e un controcanto. Un appello alla nostra sacra identità e interiorità anch'essa violata e saccheggiata come l’intero bios, come la natura, o ipnotizzata e instupidita dalla tecnologia, dai dispositivi digitali, dagli algoritmi prodotti da inquietanti miliardari, imprenditori senza scrupoli, che ingannevolmente ci promettono di farci divenire creature multi-planetarie e immuni da ogni male. Il controcanto dell'autore è un controcanto cosmo-empatico, di furore dionisiaco, radicalmente biocentrico, un controcanto che è anche, grazie alle scelte stilistiche dell'autore, un camminare assieme mescolati, infusi gli uni negli altri, mescolanza che l’autore esercita liberamente con i generi di prosa e poesia, ed anche attraverso un susseguirsi di citazioni, di elenchi e di rimandi, tanto da rendere il testo libero da classificazioni rigide, perché oscilla continuamente tra saggio filosofico e ermetismo poetico; da notare l’ampiezza e ricchezza delle note, che appaiono come un apparato ipertestuale, che arricchiscono e prolungano questa mescolanza. Sentire e dissetarsi con questo canto, che è visione poetico-culturale-politica del mondo, per opporsi alla cultura transumanista e tecno-totalitaria, è la missione antropologica del poeta. La consegna di una meravigliosa opportunità (tanto antica quanto moderna) per vivere co-creando il reale. Fondendo prosa e poesia Nicola Feruglio ci guida attraverso varie coordinate, in una rete senziente da attraversare, animata da salti temporali, che includono questioni geografiche e biografiche multidisciplinari, in grado di mandare in frantumi i confini tra ciò che è ritenuto filosofia, psicologia, musica, pittura, fisica quantistica, poesia e misticismo, intese erroneamente come pratiche separate; Nicola Feruglio ci accompagna, come un aedo postmoderno, in questo affascinante "quantistico intreccio".

Un'operazione che trasfigura e chiarisce le profondità insondabili (direbbe Jung), dell’inconscio collettivo. Tutto questo, perciò, è necessariamente votato alla ricerca, alla ricerca di un “reale integrale”; ecco, la poesia di Feruglio  è un fenomeno di stravolgimento prospettico di tipo tetradimensionale, laddove il movimento che "traduce" la parola poetica è di estroversione, in grado di portare alla luce l'arte, la poesia che è il reale espanso, olistico e integrale.

Ci troviamo dinnanzi ad un raffinato invito poetico rivolto ai lettori, quello di divenire (attraverso questa danza poetante) dei “guaritori d'anime”,come fu l'iperboreo Abari, menzionato nel componimento: "Elenco incompiuto di epifanie dionisiache", o dei portatori di “Cosmoempatia” (per citare una seconda volta, il titolo di un suo saggio filosofico del 2017), o degli “esseri collettivi”, come emerge nella poesia che dà anche il titolo al libro:"…torneremo a far eccitare ognuna delle cellule del nostro corpo - ricostruiremo comunità selvatiche e senzienti…”. In questo cantare, danzare e scrivere che è sempre "scavo archeo-poetico",vibra uno sconcertante auspicio, palesato nella poesia: "Dopo la fine della realtà": "…che il delirio torni ad esser forma di conoscenza".

 

 

Trieste, marzo 2026

Alberto Brumat

(Responsabile culturale della sezione di A.T.M. Trieste)

 

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