Dentro “L’ebbrezza che dissolve gli affanni”: il vino, la vita e quel modo tutto romano di raccontarsi

Teodosio D’Apolito, con “L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo”, costruisce un progetto letterario che non ha paura di essere ibrido.
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Roma, (informazione.news - comunicati stampa - arte e cultura)

È saggio, racconto, dialogo con il passato, ma soprattutto è un libro che si lascia leggere con naturalezza, quasi come una conversazione che ogni tanto si fa più profonda del previsto. Quello che colpisce subito è il tono. Non c’è distanza accademica, non c’è quella rigidità che spesso accompagna i testi legati al mondo classico.

Qui i latini diventano compagni di tavola. E in fondo è proprio questa l’immagine che resta: una lunga tavolata, vino al centro, parole che girano, idee che si mescolano. Una scena che il libro suggerisce fin dall’inizio, quando Roma viene immaginata come “una lunga tavola di legno, con il vino al centro e i libri tutti intorno”. D’Apolito ha il merito di non voler dimostrare nulla a tutti i costi. Piuttosto accompagna.

E lo fa con uno stile che alterna momenti più riflessivi ad altri decisamente più leggeri, quasi ironici. Alcuni passaggi funzionano proprio perché sembrano usciti da una chiacchierata reale, non da un manuale. La parte dedicata agli autori è probabilmente quella più riuscita. Catullo, ad esempio, viene restituito in tutta la sua contraddizione, tra amore e disincanto, mentre Orazio emerge come figura di equilibrio, sospesa tra piacere e consapevolezza.

E poi c’è Seneca, che invita alla moderazione ma lascia intravedere quella sottile ambiguità tra teoria e pratica che lo rende incredibilmente umano. Nel mezzo del percorso, però, si avverte un piccolo rallentamento. Alcune sezioni più tecniche, legate alla viticoltura, pur essendo interessanti, spezzano leggermente il ritmo narrativo. Nulla di grave, ma in un libro così fluido si percepisce come una lieve discontinuità. È una scelta che probabilmente nasce dalla volontà di mantenere il rigore, ma che in alcuni punti richiede al lettore un cambio di passo.

Detto questo, il senso generale resta forte e coerente. Il vino diventa davvero un pretesto per parlare d’altro, o meglio, per parlare dell’essenziale. E quando si arriva alla riflessione finale, l’idea è chiara: “il vino non è solo una bevanda. È una scusa” . Una scusa per raccontarsi, per fermarsi, per capire. Resta una suggestione, più che una conclusione: forse non è cambiato il modo di bere, ma il modo di ascoltare ciò che il vino racconta.

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