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Matteo Crudele e la potenza simbolica di “Land of the Free” | INTERVISTA

Nel suo secondo romanzo, Matteo Crudele riscrive il mito del West con lo sguardo di chi cerca libertà e verità. In questa intervista racconta la nascita dell’opera, il ruolo del vento come narratore e la sfida di trasformare un musical paterno in un racconto poetico e universale.
Roma, (informazione.news - comunicati stampa - arte e cultura)

Cosa ti ha spinto a scrivere “Land of the Free” e perché hai scelto proprio il genere western?

In realtà, più che un western, io lo definirei un anti-western. È vero che l’ambientazione richiama le praterie e i personaggi tipici del genere, ma chi guarda bene la copertina e inizia a leggere si accorge subito che non si tratta della solita storia di duelli e cowboy. Qui non si va verso una battaglia, ma verso la comprensione.

Il western classico spesso nasconde, o addirittura giustifica, un vero e proprio olocausto: quello dei popoli nativi. Io ho voluto raccontare anche quella parte lì, senza sconti, anche perché oggi mi sembra di assistere alle stesse atrocità, basta guardare un telegiornale. Ho scelto questo genere proprio perché oggi è un po’ dimenticato, quindi può sembrare “nuovo” agli occhi dei lettori più giovani. Ma anche perché è pieno di contraddizioni, e io adoro lavorare sulle contraddizioni.

In più, c’è un aspetto molto personale: il romanzo prende spunto da un musical scritto da mio padre negli anni ‘90, “Oltre la montagna”. Quel copione mi ha ispirato tantissimo e mi ha permesso di riscrivere la storia con il mio stile, aggiornandola e approfondendo i temi che mi stanno più a cuore: la spiritualità, l’identità, il confronto tra culture.

Qual è stato il primo personaggio a nascere nella tua mente?

Lo sceriffo federale Roy McParson. Probabilmente perché, fin da piccolo, ho ascoltato i racconti legati al musical Oltre la Montagna e le canzoni che lo accompagnavano, e in quelle storie Roy era al centro, anche quando sembrava restare in disparte.

Roy mi ha colpito subito perché, in un certo senso, mi somiglia. È uno che vuole fare il bene, che cerca la giustizia, ma che spesso sbaglia strada. È confuso, a volte si chiude in sé stesso, prende decisioni sbagliate… ma non si arrende. E quando cade, non si crogiola nel senso di colpa: si rialza, anche se fa fatica. È un personaggio fragile e forte allo stesso tempo, e forse è per questo che mi è venuto così naturale dargli voce.

In lui ho messo molto di quello che vivo anche io. Le sue esitazioni, i suoi silenzi, la sua voglia di capire e di non giudicare troppo in fretta… sono aspetti che sento miei. E così, anche se poi sono arrivati tanti altri personaggi importanti, ma Roy è stato il primo a bussare alla mia immaginazione.

C’è stato un momento o un’immagine che ha dato il via alla storia?

Sì, c’è stato un momento preciso, anche se non è stata un’illuminazione improvvisa. È successo quando ho deciso di voler prendere la storia del musical Oltre la Montagna, che conoscevo da sempre grazie a mio padre, e portarla a un altro livello. Sentivo il bisogno di completarla, di personalizzarla secondo il mio gusto, il mio modo di vedere le cose, e anche quello della mia generazione. C’erano parti del copione originale che mi emozionavano tantissimo, ma anche zone che mi sembravano un po’ vuote, specie verso il finale, che lasciava in sospeso domande che per me meritavano una risposta. Così ho iniziato a scrivere non tanto per “riscrivere” Oltre la Montagna, ma piuttosto per far crescere quel tema, per riempire quei silenzi con nuove scene, nuovi dialoghi, nuove sfumature nei personaggi.

Ho rispettato profondamente la trama e l’anima originale, ma ho aggiunto eventi e riflessioni che rendono tutto più coerente dal punto di vista storico e più denso dal punto di vista narrativo. Quello che prima era uno spettacolo con canzoni e dialoghi pensati per il teatro, oggi è diventato un romanzo, con i suoi ritmi, i suoi silenzi, e con una profondità diversa. E tutto è partito da lì: dal desiderio di dare completezza a una storia che aveva ancora tanto da dire.

Il vento è il narratore del romanzo: com’è nata questa scelta così originale?

In realtà è stata una cosa estremamente naturale. Fin dall’inizio mi sono chiesto: chi può raccontare davvero una storia così profonda, che parte da un musical ispirato allo Spirito e attraversa il dolore, la redenzione, il sacrificio? La risposta è arrivata da sola: il vento.

Nel romanzo, il vento è brezza. Potrebbe essere uragano, potrebbe farsi sentire come un turbine… ma sceglie di parlare solo quando è brezza. E questo per me è molto significativo: le cose più vere non urlano. Bisogna volerle ascoltare.

Il vento accompagna ogni scena importante, accarezza i volti, porta via le ultime parole di chi muore, sfiora il silenzio tra due nemici che stanno per diventare fratelli. È il vento a sapere tutto, perché c’era anche prima della storia umana, e continuerà ad esserci anche dopo. E quando si unisce al fuoco, che in fondo è aria incendiata, allora lo Spirito si manifesta in tutta la sua forza. I lettori più attenti lo noteranno subito: questa non è solo una storia di tramonti e praterie. È una storia che parla dell’invisibile.

E forse è proprio questo che rende Land of the Free diverso da qualsiasi altro western: il fatto che mentre leggi, senti qualcosa muoversi. Qualcosa che non sai spiegare, ma che ti resta dentro, come il soffio leggero di un vento che ti ha appena sussurrato una verità. Se vuoi ascoltare ti parlerà, ma nel frattempo sarà già sparito. Ma tu, in qualche modo, sei cambiato.

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