Lavorini e “Il Grande Gioco”: quando la sopravvivenza diventa un atto collettivo

Non è facile trovare un romanzo d’esordio che ti metta davanti a domande serie senza fartele pesare.
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“Il Grande Gioco” di Emiliano Lavorini ci riesce, e questo già basterebbe a renderlo interessante. Il meccanismo narrativo è quello di un universo-gioco in cui ogni essere ha una sola possibilità di creare il proprio personaggio, distribuendo crediti tra dieci parametri. Il protagonista sceglie di investire tutto su intelligenza e socialità, trascurando forza e velocità. Una follia, secondo quasi tutti. Eppure è proprio da quella scelta apparentemente suicida che nasce qualcosa di nuovo.

Il momento in cui tutto cambia è uno dei più belli del libro: dopo una carneficina in cui i personaggi vengono quasi azzerati dai predatori, i superstiti sugli alberi guardano ciò che rimane in basso e sentono qualcosa che il testo chiama semplicemente “dispiacere”. Un sentimento che non avevano mai provato, e che trasforma per sempre il modo in cui si muovono insieme. Da quel punto in poi la cooperazione non è più una scelta: è l’unica risposta possibile alla perdita. Lavorini costruisce la sua storia a strati, con una pazienza rara, e ogni strato aggiunge significato a quello precedente. Vale la lettura, e vale anche la riflessione che lascia.

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Ufficio Stampa

Cristiano Romanelli
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