La Germania investirà un miliardo di euro nel Fondo foreste fropicali per sempre (Tfff), il meccanismo globale proposto dal Brasile per remunerare i Paesi che conservano i propri biomi. L'annuncio è arrivato a Belém, alla Cop30, dalla ministra dell'Ambiente verdeoro Marina Silva, che ha definito l'impegno tedesco "una dimostrazione della solidità del modello e del suo potenziale di finanziamento globale".
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La Cop30 che si sta svolgendo in questi giorni a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, arriva in un momento critico: un nuovo rapporto dell’European Commission‑JRC segnala che gli incendi nella regione amazzonica nel 2024 hanno generato circa 791 milioni di tonnellate di CO₂, un vero e proprio record storico. La Cop30 in Brasile, che dopo la lunga parentesi bolsonariana punta a trasformare la retorica sulla foresta “polmone del pianeta” in impegni concreti, ha una forte valenza politica e simbolica.
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L’ottava giornata della COP30 ha segnato un punto di svolta nel passaggio da promesse a implementazione, con un forte orientamento a mettere natura, comunità locali e finanziamenti a lungo termine al centro dell’azione climatica. Forestazione, biodiversità, oceani, diritti delle popolazioni indigene e dei giovani: queste le coordinate di una giornata ricca di annunci strutturali e strumenti operativi che ridisegnano gli equilibri globali della lotta alla crisi climatica.
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Dentro i padiglioni del vertice per il clima a Belém potremmo essere in qualunque luogo del mondo. Eppure la scelta di realizzare una Conferenza della parti sul clima nel cuore dell’Amazzonia, dopo tante Cop realizzate in petrostati ha un valore non solo simbolico ma anche politico e strategico. Il tema della protezione delle foreste tropicali è di fatto un tema centrale dell’Agenda ufficiale perché proteggere le foreste tropicali è definitivamente…
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Si chiamava Paraná. Aveva la mia età, nei miei libri per bambini. Lo vedo ancora, con indosso un perizoma, mentre pesca con una lancia mentre sua madre gli prepara un piatto di manioca. Si diceva che fosse un “piccolo indiano”. Mio padre mi raccontava che venivano uccisi per rubare le loro terre. E io piangevo. Oggi, alla Cop30 di Belém, lo ritrovo sugli schermi. Ora lo chiamano “indigeno”. La parola è cambiata, ma non il destino.
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