La vittoria del quinto Giro di Lombardia consecutivo e il peso sempre maggiore di essere “Pogi” Mentre pedalava davanti a tutti in quegli ultimi trentasei chilometri di solitudine delle centinaia che si è concesso anche in questa stagione, Tadej Pogacar ha trovato il modo di godersi quello che gli stava attorno. Quelle migliaia di persone che lo hanno visto pedalare verso Bergamo alta che erano lì per tutti i corridori in corsa, ma soprattutto per lui.
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Sono molti i lettori che, commentando l’ultima impresa di Tadej Pogacar al Lombardia, lamentano la noia di vedere uno spettacolo già scritto e senza suspance. Due modi di vedere diversi, il ciclismo è sfida e lotta per prevalere, se il risultato è già ovvio che gusto c’è a seguirlo? E non era più noioso prima quando si aspettava uno scatto a pochi chilometri dal traguardo e il resto era cronaca di quel che sarebbe potuto succedere e, puntualmente, non accadeva mai? Ognuno, anche dopo questo articolo…
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C’è una bella canzone cantata da una bella voce perduta, quella di Giorgio Gaber, sull’essere soli. Per scelta, “e qualche volta un po’ meno”. Una stranezza fuori dagli schemi in epoca di massa (allora, 40 anni fa, come adesso), una ribellione, una diserzione, un istinto pioniere. I soli - per essere tali - devono spingere. Per quella “strana avversione per il numero due”, l’embrione della compagnia, l’altro o l’altra.
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Lo strappo in ciottolato verso Largo Colle Aperto, nel cuore di Bergamo Alta, a poche centinaia di metri dal traguardo del Lombardia , ricorda a tutti come il ciclismo sia - soprattutto, quando non soltanto - passione. Con il volto dei corridori sfigurato dalla fatica passata e presente, con due ali di folla ai fianchi degli esausti pedalatori a spronare, incitare, osannare. Epperò Tadej Pogacar , questo alieno prestato alle due ruote, impone il ricorso
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