C’è un momento, nella storia delle civiltà, in cui gli eventi smettono di essere semplici fatti e diventano segni inequivocabili, attraverso cui intuiamo le nuove sovrastrutture del mondo. L’arresto di Nicolás Maduro con l’operazione militare statunitense e la successiva minaccia, di un possibile takeover americano sulla Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca, appartengono a questa categoria: non sono più episodi isolati, ma fenditure attraverso cui si intravedono le nuove linee guida del potere globale.
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La politica internazionale si è prepotentemente riproposta al centro dell’interesse dei cittadini di tutto il mondo. Non capitava dai tempi della Guerra Fredda che una delle principali paure delle persone riguardasse la propria incolumità in caso di guerra. Nella lunga parentesi della globalizzazione, iniziata nell’ultimo decennio del XX secolo, i timori più diffusi, almeno in Occidente, riguardavano invece il lavoro e l’economia.
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L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un «attacco spettacolare» l’ha chiamata lo stesso Donald Trump – è un atto criminale, ancor più grave, per la sua ostentata e compiaciuta brutalità, della criminale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte…
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Donald Trump sembrava essere caduto nell’occhio del ciclone. Nel 2025 i media tradizionali lo hanno bersagliato di continuo per la gestione interna e le turbolenze geopolitiche ereditate da Joe Biden – un dettaglio che certi giornalisti fanno finta di dimenticare. Tra le contestazioni di alcuni esponenti del Gop, l’aumento del costo della vita, gli interrogativi sul ruolo globale dell’America e il rischio di nuove escalation militari, l’impressione dominante era quella di una stanchezza diffusa tra i cittadini e di un calo nei consensi…
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