– “Un altro delivery, etico e locale, esiste. Deve però affrontare lo scoglio dei consumatori che spesso preferiscono la comodità del cibo a domicilio”. Dalla Toscana parte la sfida ai colossi delle consegne per dire che un nuovo delivery è non soltanto possibile, ma anche presente. Questo è quanto emerge dal progetto nazionale, al quale hanno preso parte i docenti dell’Università di Pisa Matteo Corciolani e Daniele Dalli, che aveva lo scopo di mappare le alternative nate in questi…
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Il volto umano del delivery ha il sorriso di Sandro Greblo. Ex cooperante internazionale, 47 anni, si è messo in sella dopo il rientro dall’Africa, in pieno Covid. «Cercavo soprattutto un modo per poter uscire di casa. Così iniziai a lavorare per Deliveroo. Dopo un anno però ho scoperto So.De, ed eccomi qui». Sandro è stato il primo rider della start up a pedali nata cinque anni fa grazie a un bando per servizi innovativi del Comune di Milano
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Quelli che decenni fa facevano i “portapizze” o i garzoni delle drogherie possono confermarlo: non si diventa ricchi ritirando cibo e pasti da chi li vende per portarli a casa di chi vuole mangiarli. Era un’attività povera ai tempi della old economy e tale è rimasta anche nell’era della platform o gig economy. Il business è avaro per gli ultimi della catena, come le cronache della quotidianità dei rider ci ricordano, ma anche per i supermanager del settore.
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Le alternative ci sono. Mentre le grandi piattaforme di consegne a domicilio vengono commissariate dalla magistratura per caporalato o sfruttamento dei lavoratori (a inizio febbraio è toccato a Glovo, ora a Deliveroo) un progetto dell’Alma Mater cerca di valorizzare quelle realtà locali che strizzano l’occhio alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Propongono cioè per lo più prodotti loca…
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