Alle ore 20:45 del 25 agosto la nave dell’ong Mediterranea ha attraccato, dopo un salvataggio in mare, al porto di Trapani, disobbedendo all’ordine del Viminale di dirigersi a Genova per far sbarcare con urgenza le dieci persone che aveva soccorso. «Abbiamo disobbedito a un ordine ingiusto e inumano del ministero dell’Interno. Ma così facendo abbiamo obbedito al diritto marittimo, alla Costituzione italiana e alle leggi dell’umanità», dice Beppe Caccia capomissione di Mediterranea.
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Dieci migranti che hanno raccontato di essere stati gettati in mare dalle milizie libiche sono sbarcati a Trapani: il porto assegnato era Genova Si sono rifiutati di seguire le indicazioni del ministero dell'Interno. “La nostra prima preoccupazione sono le persone a bordo e la loro salute”. È l'equipaggio di Mediterranea Saving Human a spiegare le ragioni di quello che Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, definisce un atto di…
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Nelle immagini degli attivisti di Mediterranea si vedono i trafficanti che, dopo aver affiancato la nave umanitaria, hanno gettato in acqua dieci persone da un gommone veloce tipo militare. Il salvataggio è avvenyto 30 miglia a nord di Tripoli. I naufraghi hanno raccontato di altre persone buttate in mare, almeno 4 le vittime. Alla nuova nave soccorso di Mediterranea le autorità avevano assegnato come porto di sbarco Genova, oltre tre giorni di navigazione dall'area del…
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"Di fronte a ordini ingiusti e inumani del Ministero dell’Interno chi salva vite obbedisce al diritto del mare, alla Costituzione e alle leggi dell’umanità. Non è un atto di ribellione, ma di responsabilità e di civiltà. Vogliamo esprimere il nostro sostegno e la nostra vicinanza alla Mediterranea e al suo equipaggio. La vera sicurezza non si costruisce respingendo, ma salvando, garantendo diritti e umanità.
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Foto di Mediterranea Saving Humans Attraccherà tra tre giorni nel porto di Genova la nave Ong Mediterranea Saving Humans che, nella notte tra mercoledì e giovedi, ha salvato dieci migranti in mare, a 30 miglia a nord di Tripoli. Sono cittadini curdi di Iran e Iraq, egiziani e siriani, tra cui tre ragazzini di 14, 15 e 16 anni non accompagnati, già duramente provati dalle condizioni di detenzione e dalle violenze subite durante la permanenza in Libia
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