La sconfitta che Washington non vuole nominare. Secondo John Mearsheimer, il punto decisivo non è la propaganda americana sul cessate il fuoco, ma il fatto che Donald Trump, nel giro di poche ore, sarebbe passato dalla minaccia di annientare la civiltà iraniana all’accettazione di negoziati fondati sul piano iraniano in dieci punti. Per Mearsheimer, proprio questa brusca inversione segnala una verità politica elementare: Washington avrebbe cercato una via d’uscita non perché in controllo della situazione, ma perché incapace…
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Dalle minacce contro l’Iran fino all’attacco diretto contro Leone XIV, il punto non è solo politico ma culturale: quando il potere sceglie la brutalità del linguaggio, siamo sicuri che questo sia il modello di presidenza di cui il mondo ha bisogno? di Francesco Mazzarella Ci sono stagioni della politica in cui le decisioni contano moltissimo, ma le parole contano ancora di più. Perché le decisioni segnano i fatti, mentre le parole plasmano il clima, educano le coscienze…
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Ciascuno dei tre attori principali dell’attuale conflitto ha commesso un errore fondamentale nella valutazione del proprio nemico. I leader di Stati Uniti e Israele hanno travisato importanti dinamiche emerse a inizio gennaio, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha sottovalutato i Paesi vicini. Questi errori hanno plasmato il corso della guerra e probabilmente ne influenzeranno l’esito. Entrare in guerra implica la definizione di obiettivi, per quanto nebulosi e mutevoli.
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Donald Trump incassa e rilancia. Niente accordo, passa al “blocco” americano di Hormuz, peraltro già “bloccato” – dall’Iran. Evidentemente il Presidente ha in mente qualcosa come «bloccare l’Iran per riaprirlo alla navigazione». Se, come e quando lo farà, sullo sfondo dello stallo diplomatico in Pakistan, non è impresa da poco. Non si scomoda un vicepresidente degli Stati Uniti per farlo tornare a casa a mani vuote.
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La minaccia del presidente degli Stati Uniti di bombardare l’Iran, un paese di circa 93 milioni di abitanti, «riportandolo all’età della pietra», ha fatto scalpore. Ma per quanto suoni brutale, offensiva, feroce, quella frase di Trump non è affatto nuova. Fa parte di un repertorio “classico” nella retorica bellicosa degli Stati Uniti. Alcuni in America ricordano di averne sentito delle varianti sotto l’Amministrazione Bush, rivolta al regime dei talebani, alla vigilia dell’intervento in Afghanistan (dicembre 2001)…
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