Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane. Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti.
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La domanda che incombe sgocciolando giorno dopo giorno in uno stillicidio che si appesantisce di cronaca in cronaca è: c’è nell’aria un rigurgito di antisemitismo? Fermiamoci solo alle ultime, trascurando la dose, ormai non irrilevante, delle profanazioni di pietre d’inciampo, della profusione di svastiche in giro per muri, del rifiorire di sottoculture nazifasciste in forma di libretti e di vendite del Mein Kampf a cent’anni dalla nascita.
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