Nota al lettore Questo è un articolo diverso dagli altri: è molto lungo e si costruisce giorno per giorno. Non promette di “spiegare la guerra” in poche righe. Promette invece, a chi ha voglia e tempo di leggerlo, un’esperienza: vedere come nasce un’analisi seria mentre i fatti accadono, distinguendo tra ciò che sappiamo, ciò che non sappiamo ancora e ciò che le assenze ci suggeriscono. Se arrivi fino in fondo, non avrai solo una cronaca: avrai un metodo per orientarti nelle notizie senza farti travolgere dal rumore.
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Che effetti potrà avere la guerra in corso in Medio Oriente sull’economia italiana? Da che la guerra è scoppiata, con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, tutto il mondo si sta chiedendo da giorni quali effetti economici e finanziari essa potrà avere sui Paesi avanzati, gli Stati Uniti in primis, sull’Europa, sulla Cina, sul resto del pianeta: possiamo e dobbiamo chiederci anche noi…
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Gli interrogativi, le perplessità e le paure nei confronti della guerra in Iran aumentano ogni giorno. A partire dalla denominazione stessa di quanto sta avvenendo. Non è più un conflitto che riguarda solo l’Iran e Israele, ma una guerra che sta coinvolgendo gran parte del Medio Oriente e all’ombra della quale si è anche riaperto l’eterno conflitto fra Israele e il Libano. Quindi non una guerra in Iran, ma in Medio Oriente.
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Dilagano nel mondo i conflitti armati. I morti, da mesi e mesi, sono migliaia e migliaia, giorno dopo giorno. Uccisi sui fronti di guerra, come nelle case e per le vie delle città bombardate. Capi di stato, ministri, deputati, analisti di elevato credito assicurano che è facendo ricorso alle armi che si costruisce il futuro dell’umanità. Si dica di Trump: grazie ad interventi armati sia all’estero sia in patria (grazie al conforto di certe sue milizie private con licenza di uccidere) parla di una prossima età dell’oro ch’egli intende elargire…
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I fatti di questi giorni confermano che gli analisti politici e militari devono rassegnarsi ad abbandonare il rassicurante modello clausewitziano della meccanica newtoniana applicata alla guerra e affrontare gli abissi della teoria del caos. Non significa che la guerra non segua più una logica, anzi, ma la crescita della complessità, la frammentazione del tessuto sociale e degli apparati di potere e la progressiva perdita di controllo che ne deriva rendono sempre più arduo condensarla in un…
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Per decenni, almeno in Europa occidentale, la guerra è stata qualcosa di impensabile, indicibile. Quando da qualche parte si ripresentava — nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq — costringeva i governi ad inventarsi nuove formule: “missioni di pace”, “interventi umanitari”, “operazioni di stabilizzazione”. La parola guerra restava ai margini, bandita dal dibattito pubblico, quasi fosse un residuo del secolo breve, di quel Novecento denso di orrori.
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Nei giorni scorsi ho utilizzato l’espressione “quinta guerra mondiale”. Ovviamente a qualcuno è potuta sembrare un’iperbole metaletteraria. Non è un’esagerazione consapevole. È il tentativo di dare un nome a una condizione ormai permanente: conflitti regionali che si intrecciano, si innescano a vicenda, producono effetti globali e ridisegnano alleanze. Non c’è una dichiarazione formale di guerra tra blocchi contrapposti; ci sono focolai drammatici che connettono Gaza…
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