ROMA. Quattordici mesi di avventura dorata, e poi la fine burrascosa. E' gia' conclusa l'avventura da mille e una notte di Roberto Mancini a Riad. Accolto come uno sceicco, tra onori e termini contrattuali, il ct italiano che a metà agosto dello scorso anno aveva troncato di netto il suo rapporto con l'azzurro, per poi sedersi dopo pochi giorni sulla panchina dell'Arabia, saluta Riad e i sogni di gloria del calcio saudita.
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Dopo un inizio di mandato contrassegnato da risultati al di sotto delle aspettative e tensioni crescenti con tifosi e federazione, Roberto Mancini e l’Arabia Saudita si sono detti addio. Il pareggio senza reti contro il Bahrain e la recente sconfitta contro il Giappone hanno allontanato l’Arabia Saudita dalla qualificazione ai Mondiali del 2026, una situazione che ha alimentato critiche e malumori nell’ambiente calcistico saudita.
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Le conseguenze del rancore: fine della storia, titoli di coda. E sempre questo fastidioso rumore di fondo. Chiudere una relazione professionale con uno strappo, lasciare sempre una zona d’ombra tra le verità di comodo a uso e consumo della cronaca, consegnare all’addio la sensazione malmostosa dell’equivoco, dello strascico, dell’incompiutezza. La specialità di Roberto Mancini. Anche stavolta, come è già successo altre volte.
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Era il 27 agosto 2023 quando Roberto Mancini, che aveva da poco deciso di lasciare la guida della Nazionale italiana, firmò un contratto con l’Arabia Saudita come commissario tecnico fino al 2027 alla clamorosa cifra di 25 milioni a stagione. Nei giorni scorsi, però, dopo appena un anno e due mesi, è stato annunciato il suo addio: la scelta a causa dei risultati sì ma anche di frizioni fra l’allenatore e la Federcalcio.
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