I nostri articoli sulla SSR, la RSI e l’iniziativa che le vuole togliere di mezzo Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan.
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È una questione di cui si parla poco nei commenti di queste ore, ma l'uccisione del l'Ayatollah Khamenei nei primissimi raid israelo-americani sopra Teheran è la vera chiusura del 7 ottobre 2023. Circa due anni e mezzo dopo viene colpito il mandante, il vero assassino di 1200 israeliani, il colpevole della cattura di 251 ostaggi israeliani ed il ferimento di migliaia di israeliani in quel giorno infame.
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C'è una domanda spaventosa che rimane inevasa mentre una nuova guerra esplode in Medio Oriente: e dopo? Una domanda alla quale Donald Trump non sa o può rispondere. Come un gigante immensamente forte e stupido, mena fendenti e se ne compiace, lancia proclami e posta sul suo social personale, Truth, anatemi e minacce. Avendo, si spera solo momentaneamente, sospeso il ruolo di controllo del parlamento, al quale avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione a bombardare l’Iran, naviga in…
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L’Iran sta vivendo il momento più difficile e pericoloso dal 1979. Nemmeno quando il nuovo sistema della Repubblica islamica, a cui si contrapponevano comunisti, socialisti islamici e moderati liberali, doveva ancora strutturarsi sull’onda della rivoluzione. Nemmeno quando otto anni di guerra con l’Iraq devastarono il Paese, prosciugarono le sue risorse e ne segnarono una generazione, Teheran apparve così isolata, colpita, vulnerabile come adesso.
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“The fog of war” (la ‘nebbia della guerra’, come la descrisse von Clausevitz) avvolge anche quest’ultimo episodio dei tanti conflitti che hanno rigato di sangue gli ultimi anni, dall’Ucraina a Gaza e ora all’Iran, per tacere di altri minori. Il pensiero corre a un confronto con l’invasione dell’Ucraina, che doveva essere risolta in breve tempo (secondo le intenzioni di Putin), ma che si protrasse per anni (ne abbiamo appena tristemente celebrato il quarto anniversario) e si…
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Droni e missili continuano a incrociarsi mentre il conflitto si allarga su più fronti. Nelle ultime ore bombardamenti a Dubai, chiusura dell’ambasciata Usa a Riyad e attacco con drone in Oman, che Teheran nega ma con un velivolo di fabbricazione iraniana. Una dinamica che alimenta attacchi a catena in tutta la regione. Sul fronte tra Israele e Libano, l’UNIFIL segnala incursioni israeliane oltre la Blue Line in cinque punti, poi rientrate: crescono evacuazioni e scambi di razzi.
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Gli studiosi realisti come John Mearsheimer lo ripetono da tempo: la grande paura americana non è l’Iran in sé, ma la possibilità che esso si saldi stabilmente con Russia e Cina, creando un corridoio geopolitico che colleghi il Mediterraneo all’Asia orientale senza passare per l’Occidente. In questa prospettiva, la pressione sull’Iran non è un episodio, ma un capitolo di una strategia più ampia: contenere l’ascesa cinese e impedire la formazione di un “continente politico” alternativo.
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Appena esci dalla fiction televisiva della Situation room allestita in qualche club di Mar-a-Lago – con cartonato fatto di tende oscuranti, telefoni che squillano e una mappa appesa alle spalle del comandante della beautiful armada – diventa chiaro che l’aggressione di Stati uniti e Israele al regime iraniano sta collegando le fra loro diverse crisi e può far deflagrare più fronti di guerra. Fronti che si estenderanno nella misura in cui questa prima guerra dell’era del Board of peace sarà protratta.
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