Una semplice puntura sul polpastrello, simile a quelle utilizzate ogni giorno dai pazienti diabetici, potrebbe cambiare il modo in cui in futuro verrà rilevato l’Alzheimer. Il test potrebbe consentire di individuare la malattia già in fase molto precoce, quando i sintomi clinici non sono ancora evidenti. Una nuova strategia diagnostica, più accessibile e meno invasiva, sviluppata nell’ambito di un progetto di ricerca europeo.
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Un gruppo di ricercatori della Brown University negli Stati Uniti ha individuato un nuovo indicatore dell’Alzheimer, capace di manifestarsi fino a due anni e mezzo prima dei primi sintomi. Si tratta di uno schema specifico nei segnali elettrici del cervello, che potrebbe rivoluzionare la diagnosi precoce della malattia. Come funziona il segnale cerebrale Lo studio, pubblicato su Imaging Neuroscience, ha analizzato l’attività neurale a riposo in 85 pazienti con lieve deterioramento cognitivo, usando la…
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Un nuovo segnale cerebrale può prevedere l’Alzheimer fino a 2 anni e mezzo prima dei sintomi. Scopri lo studio rivoluzionario della Brown University e le sue implicazioni. Un team di ricercatori della Brown University (Stati Uniti) ha identificato un nuovo segnale elettrico nel cervello che potrebbe anticipare la diagnosi di Alzheimer fino a 2 anni e mezzo prima della comparsa dei sintomi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Imaging Neuroscience, si concentra sull’attività…
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La ricerca di biomarcatori precoci per l'Alzheimer ha compiuto un passo significativo grazie a uno studio che identifica alterazioni nell'attività elettrica neuronale come indicatori predittivi della progressione della malattia. Un gruppo di neuroscienziati della Brown University, in collaborazione con l'Università Complutense di Madrid, ha individuato specifici pattern nell'attività cerebrale in grado di anticipare di oltre due anni l'insorgenza della demenza in pazienti con decadimento cognitivo lieve.
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«In Italia circa 600mila persone sono colpite dalla malattia di Alzheimer, e questo numero è destinato a crescere a causa del progressivo invecchiamento della popolazione», ha spiegato Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Brescia e presidente Sin. «Donanemab segna un cambiamento nella gestione della malattia, perché rallenta la progressione del declino cognitivo e funzionale».
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