La tregua tra Stati Uniti e Iran accettata da Donald Trump è stata letta da molti osservatori come un segnale di debolezza, se non come un arretramento strategico o addirittura la sconfitta di un apprendista stregone travolto dal caos che ha generato. Ma le valutazioni geopolitiche sono per loro natura mobili, spesso influenzate da prospettive ideologiche o da letture parziali e contingenti dei fatti.
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La produzione del petrolio e la raffinazione sono concentrate nei paesi del Golfo e questo aspetto rappresenta un elemento di debolezza per il sistema di approvvigionamento occidentale in crisi per mancanza di alternative. Si discute sui tempi per tornare alla normalità. Difficile delineare gli scenari futuri con una tregua così fragile. Regna l'incertezza e la soluzione non dipende solo dallo stretto di Hormuz
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Undici milioni di barili al giorno fermi. È da qui che bisogna partire per capire lo shock energetico in atto dopo l’inizio del conflitto tra Usa e Iran, e la successiva chiusura dello Stretto di Hormuz. Ora il problema non è tanto riportare in produzione il petrolio, ma riuscire a farlo uscire dal Golfo: è sotto ostaggio fino al 15–20% dell’offerta globale di petrolio e Gnl. Wood Mackenzie, in una duplice chiave di lettura, fotografa la crisi in…
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