«La portata della distruzione assomiglia già a quella di un conflitto durato mesi», ha affermato Mohammadi in un messaggio alla rivista Time, come riferisce il portale dei dissidenti con sede a Londra Iran International. Mohammadi ha esortato gli altri premi Nobel a unirsi nel promuovere la pace, affermando che il conflitto ha già causato una distruzione «devastante» e costretto milioni di iraniani ad abbandonare le proprie case.
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Né con Israele, né con i Mollah. I dissidenti iraniani rifiutano di scegliere il male minore, che per loro minore non è. Da una parte, 45 anni di un regime teocratico, repressivo, autoritario; dall’altra, le bombe israeliane, che non colpiscono soltanto i siti nucleari o i vertici militari. Come una doppia pena da scontare, per un popolo che all’80 per cento si oppone alla dittatura e che negli anni ha già pagato un duro prezzo: scendendo coraggiosamente in piazza, o…
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Al centro della crisi in Medio Oriente c’è un paese, l’Iran, del quale si sa molto poco e dal quale anche in questi giorni di grande confusione è difficilissimo avere notizie. Tutti si chiedono se il regime rimarrà al suo posto, se ci sarà una riorganizzazione del potere o addirittura un colpo di stato, e se alla fine i raid israeliani e magari nel caso anche quelli americani porteranno a una rivolta di popolo? Ci si chiede anche cosa pensino e vogliano in queste ore i cittadini iraniani, che…
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La guida suprema Khamenei durante un incontro con le forze armate iraniane lo scorso febbraio - Reuters Tra riunioni in segreto in Europa e missioni negli Usa alla vigilia dell’operazione “Leone nascente”, gli esponenti delle minoranze armate iraniane considerano l’attacco israeliano a Teheran e il possibile intervento degli Usa come un’occasione militarmente irripetibile. «Dopo l'intervento di Israele del 12 giugno, è diventata più chiara la necessità di sostenere i gruppi etnici non…
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«Non riesco a smettere di piangere… Ho la mia famiglia a Teheran, sotto le bombe. Non si può lasciare la città, non si sa cosa può succedere in queste ore». Helly, chef iraniana di Tanur, locale di cucina persiana nel borghesissimo quartiere Trieste a Roma, non riesce a far uscire le parole. Ma non può neppure tacere, come invece fanno altri suoi colleghi. Si capisce, la situazione è drammatica e l’incertezza ai massimi livelli, sotto al cielo che…
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L’israelizzazione del Medio Oriente e il ritorno di Reza Pahlavi Quarantasei anni dopo la Rivoluzione islamica che sancì l’avvento al potere degli ayatollah, l’Iran potrebbe ancora una volta voltare pagina e inaugurare una nuova era post-teocratica. Rispetto al recente passato, infatti, questa volta le condizioni per rottamare la Repubblica islamica e dare inizio a una fase di “transizione democratica” sembrerebbero esserci proprio tutte.
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Enrico Molinaro, Ph.D della Hebrew University, vive e insegna a Gerusalemme. Ci risponde dal bunker sotto casa sua: fuori risuonano gli allarmi antimissile mentre parliamo. Presidente di Prospettive Mediterranee, Molinaro è a capo del network italiano della Anna Lindh Foundation. Il suo lavoro accademico è teso ad analizzare i soggetti della geopolitica…
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Mutamento di regime, regime change? È davvero questo, oltre alla distruzione del suo potenziale nucleare, l’obiettivo di Israele nella guerra con l’Iran? In Occidente, l’espressione regime change è stata a lungo associata all’idea che fosse possibile «esportare la democrazia» con la forza delle armi. Lorenzo Cremonesi (Corriere del 16 giugno) ha documentato quanti fallimenti ne siano derivati. Si può però anche usare l’espressione in modo neutro, senza presumere che il crollo di un regime dittatoriale debba necessariamente lasciare il posto a una democrazia.
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