Dal prompt all’app in pochi minuti: il vibe coding promette di democratizzare lo sviluppo, ma impone nuove domande su competenze, sicurezza e regole di distribuzione. Con Giacinto Fiore, co-fondatore “I.A. spiegata semplice” e Michele Catasta, Presidente Replit
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L'imprenditore tipo della piccola industria italiana ha un cassetto pieno di Excel e un raccoglitore di fogli per gli ordini. Tiene la contabilità con il commercialista, segna i clienti su un Google Sheet condiviso con il commerciale, traccia le consegne su WhatsApp. Sa che dovrebbe passare a un gestionale strutturato, ma il preventivo per un ERP vero parte da decine di migliaia di euro e include sei mesi di analisi.
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L’intelligenza artificiale accelera la generazione di codice, ma nelle aziende il salto di produttività resta spesso inferiore alle attese. Il motivo è semplice solo in apparenza: il collo di bottiglia non è più la scrittura del software, ma la capacità organizzativa di governare piattaforme, workflow, fiducia e compliance. Nel dibattito tecnologico degli ultimi mesi, vibe coding è diventata una delle espressioni più usate – e forse abusate – per descrivere un nuovo modo di produrre software: si…
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