Borsa, seduta a due velocità tra i record di Siemens e l’acquisizione di Schroders: a Milano svetta Fincantieri, affondano le utility
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il listino di Piazza Affari si mantiene stabilmente in territorio positivo nella seduta del 12 febbraio, allineandosi – sebbene con minore veemenza – al rialzo deciso di Francoforte e Parigi, mentre Londra arranca e Wall Street, dopo i dati sui sussidi di disoccupazione inferiori alle attese, fatica a trovare una direzione chiara -5. L’indice Ftse Mib guadagna circa lo 0,34%, una performance che, pur non eguagliando l’impennata dell’1,34% del Dax tedesco – spinto a nuovi massimi storici dal balzo del 6% di Siemens – certifica il ritorno a un clima di cauto ottimismo dopo il nervosismo della vigilia legato ai timori di una disruption tecnologica nel settore del risparmio gestito -1-7. È proprio su quel fronte, d’altronde, che arriva la notizia capace di invertire il fuggi fuggi dei sedicesimi: l’americana Nuveen, gigante dell’asset management con masse in gestione superiori ai millequattrocento miliardi di dollari, ha messo sul piatto quasi dieci miliardi di sterline in contanti per rilevare Schroders, istituzione britannica fondata nel lontano 1804 e da sempre simbolo, anche nell’immaginario collettivo per i suoi legami con Buckingham Palace, della gestione attiva d’Oltremanica -4. L’opa, accolta con un rally del 28% del Titolo londinese, ha di fatto arginato le vendite che avevano preso di mira i player del risparmio gestito, troppo frettolosamente etichettati come i prossimi “perdenti” dell’intelligenza artificiale generativa -1-7.
A catalizzare l’attenzione degli investitori, tuttavia, non sono soltanto le grandi manovre oltremanica o le trimestrali dei colossi tedeschi. Sul listino milanese, a dettare il ritmo è soprattutto Fincantieri, i cui titoli mettono a segno un progresso superiore al 3,5% toccando quota 16,6 euro per azione; il mercato premia la traiettoria delineata dal nuovo piano industriale che, per la prima volta, ipotizza il ritorno a una politica di dividendi – sia pur subordinata all’approvazione del consiglio di amministrazione e vincolata ai risultati dell’esercizio 2027 – e prevede una netta accelerazione del deleveraging -1-7. In una giornata che gli operatori definiscono di “ritorno ai fondamentali”, il cantiere triestino incarna perfettamente lo spirito della seduta: si guarda alle storie singole, ai bilanci e alle prospettive di cassa, tralasciando le paure sistemiche della vigilia.
Sul versante opposto del listino, invece, la debacle delle utility – con A2a in flessione del 4,8% ed Enel che arretra di oltre quattro punti percentuali – racconta una storia differente, legata non tanto ai numeri societari quanto alle indiscrezioni che filtrano dagli uffici legislativi -7-9. Il cosiddetto “decreto bollette” che l’esecutivo starebbe mettendo a punto per arginare il caro-energia, con misure volte a ridurre la componente fiscale e parafiscale a carico di famiglie e imprese, viene interpretato dal mercato come una mannaia sui margini dei distributori: un paradosso solo apparente, perché ciò che alleggerisce la spesa degli utenti si traduce, automaticamente, in minori ricavi per le società energetiche regolate. Una dinamica, questa, che prescinde dalla qualità dei conti e che ha innescato vendite trasversali sull’intero comparto, trascinando in rosso anche Hera e Italgas.
Iveco, il crollo degli utili e l’attesa per le nozze con Tata
Se Fincantieri brilla, Iveco arranca su livelli sostanzialmente invariati nonostante la pubblicazione di risultati che gli analisti non esitano a definire “sfidanti”. Il gruppo dei veicoli industriali ha chiuso l’esercizio 2025 con un utile netto adjusted di 312 milioni di euro, in caduta libera del 52,3% rispetto ai 520 milioni dell’anno precedente, su ricavi consolidati – escludendo le attività Defence, in via di dismissione – scesi del 7% a 13,4 miliardi -2-10. L’amministratore delegato Olof Persson, nel corso della conference call con gli analisti, ha attribuito la débâcle a due fattori principali: il calo strutturale della domanda nel Vecchio Continente, che ha colpito indistintamente i veicoli commerciali leggeri e gli autocarri pesanti, e i ritardi nella ramp-up produttiva dello stabilimento francese di Annonay, dedicato agli autobus, che hanno compresso i volumi e generato un livello eccezionalmente alto di scorte a fine anno -2-6. Il free cash flow delle attività industriali, di conseguenza, è sprofondato in territorio negativo per 109 milioni, invertendo bruscamente il segno positivo dei 240 milioni registrati nel 2024.
A fronte di queste cifre, tuttavia, la reazione del titolo è rimasta sorprendentemente piatta. Il motivo, spiegano gli operatori, risiede altrove: Iveco è ormai un’azienda in via di transizione, sospesa tra la cessione del ramo Difesa a Leonardo – la cui chiusura è attesa entro marzo 2026 – e l’opa totalitaria lanciata dalla casa madre indiana Tata Motors, il cui completamento è previsto nel secondo trimestre dell’anno -6. Sono operazioni che, di fatto, paralizzano qualsiasi guidance sul futuro e costringono il management ad abdicare al proprio ruolo di narratore: “Non diamo previsioni per il 2026”, ha tagliato corto Persson, spiegando che le priorità sono altre e che la timeline delle due discontinuità aziendali procede come annunciato -6. Per gli investitori, dunque, l’unica variabile davvero dirimente è il prezzo che l’acquirente sarà disposto a riconoscere, non il trend degli ordinativi a breve termine.
Siemens e la spinta dell’intelligenza artificiale industriale
Sull’altra sponda del Reno, il vento soffia in direzione opposta. Siemens aggiorna i propri massimi storici e trascina l’intero listino tedesco dopo aver divulgato i conti del primo trimestre dell’esercizio 2026 – chiuso al 31 dicembre 2025 – che hanno superato le stime degli analisti su tutti i fronti principali -3. Il fatturato comparabile è cresciuto dell’8% a 19,1 miliardi di euro, ma il dato che ha maggiormente impressionato il mercato è l’utile del settore industriale: 2,9 miliardi, in rialzo del 15% su base annua, con un margine operativo schizzato al 15,6% dal precedente 14,1% -3. A sostenere questa performance, ha spiegato l’amministratore delegato Roland Busch, è stata la domanda di infrastrutture per data center e, in particolare, di soluzioni per l’intelligenza artificiale industriale; un segmento in cui il gruppo di Monaco sta integrando algoritmi generativi nella progettazione, nei prodotti e nei processi operativi, stringendo partnership globali e trasformando l’AI da minaccia esistenziale – come invece temono i gestori patrimoniali – in un potente moltiplicatore di fatturato -3.
L’outlook è stato conseguentemente ritoccato al rialzo: l’utile per azione pre-PPA è atteso ora tra 10,70 e 11,10 euro, un decimale in più rispetto alla forbice precedente. È il segnale che il mercato cercava per differenziare le vittime sacrificali della rivoluzione tecnologica dai veri beneficiari; una distinzione che, per ora, gioca tutta a favore dell’industria pesante e high-tech europea, lasciando i soli gestori di patrimoni a fare i conti con uno stock di commissioni che appare, agli occhi degli algoritmi, sempre più a rischio erosione.
L’euro stabile e il petrolio in lieve flessione
Sul fronte valutario, la seduta registra un sostanziale ritorno alla calma dopo le turbolenze dei giorni precedenti. Il cambio euro/dollaro si mantiene stabilmente sui livelli della vigilia, attorno a quota 1,188, in attesa dei dati sull’inflazione americana attesi per domani; dati che, combinati con i sussidi di disoccupazione di ieri e di oggi, potrebbero indurre la Federal Reserve a rimandare ulteriormente il primo taglio dei tassi -5-7. Il petrolio, dopo la fiammata di inizio settimana, corregge lievemente: il Brent scambia a 69,13 dollari al barile, il Wti a 64,47, mentre l’Aie ha appena rivisto al ribasso le previsioni di crescita della domanda per il 2026 -7. L’oro, ancora in terreno negativo, si mantiene comunque abbondantemente sopra la soglia psicologica dei cinquemila dollari l’oncia; soglia che, fino a pochi mesi fa, appariva inavvicinabile e che oggi rappresenta, più che un tetto, un pavimento per chi cerca rifugio dall’inflazione e dalle incertezze geopolitiche.




