Oscar 2026, le pagelle del red carpet: Demi Moore e Zoe Saldaña da applausi, Jessie Buckley fuori tempo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notte degli Oscar, quella che trasforma i sogni in statuette e consegna alla storia del cinema i volti e i nomi dei vincitori, è anche il momento in cui il red carpet diventa un palcoscenico parallelo, un teatro di eleganza e, talvolta, di scivoloni di stile. Nella 98esima edizione tenutasi al Dolby Theatre di Los Angeles, mentre Paul Thomas Anderson trionfava con "Una battaglia dopo l'altra", i riflettori si accendevano ugualmente sugli abiti, capaci di lasciare un segno indelebile quanto una performance attoriale. E se per alcune star la passerella è stata una trionfale marcia verso le cronache di moda, per altre si è rivelata un passo falso difficile da dimenticare.
Tra le prime a sfilare, e tra le prime a ricevere il verdetto impietoso degli osservatori, l'attrice Jessie Buckley, candidata come migliore attrice protagonista per "Hamnet", ha optato per un audace abito Chanel che giocava sull'accostamento del rosa e del rosso. Un tributo, forse, al celebre look di Grace Kelly del 1956, ma che nella sua resa contemporanea è apparso disarmonico e poco lusinghiero, meritando un'insufficienza piena (4) per aver "sbagliato tutto". Una scelta coraggiosa ma che, nella memoria collettiva della notte, rischia di oscurare persino la candidatura. All'opposto, Zoe Saldaña, tornata sul tappeto rosso dopo la statuetta vinta l'anno precedente, ha offerto una lezione di stile con un sobrio e al contempo sensuale abito nero Saint Laurent dalla struttura lingerie, impreziosito da uno statement necklace Cartier che ha rubato la scena ai flash dei fotografi, guadagnandosi un ottimo 8.
Demi Moore, reduce dal successo di "The Substance", ha scelto una strada opposta, affidandosi a una creazione Gucci interamente ricoperta di piume. Una scelta scenica e d'impatto, che l'attrice ha saputo interpretare con la sicurezza di chi conosce i propri mezzi, trasformando un abito potenzialmente ingombrante in un'icona di eleganza austera e sofisticata. Per lei un'altra lode (8), a testimoniare come il red carpet possa essere un territorio di conferme per chi sa giocare le proprie carte con maestria. Discorso diverso, invece, per Anne Hathaway: l'attrice, attesa per l'imminente sequel de "Il diavolo veste Prada", ha calpestato la moquette color mattone con un fluente abito floreale scollato, privo di spalline ma caratterizzato da uno strascico imponente e teatrale, completato da guanti neri da opera. Una mise che non è passata inosservata, ma che per molti è parsa eccessiva, quasi una sovrapposizione di elementi che hanno reso l'insieme più artificioso che armonioso, fermandosi a un sufficiente (7) per la sola intenzione drammatica.
Mentre le cineprese inquadravano i vincitori, tra cui Sean Penn, premiato come migliore attore non protagonista ma assente per una missione in Ucraina, il red carpet viveva di vita propria, popolato da divi e aspiranti tali. Timothée Chalamet, candidato per "Marty Supreme", giocava la carta della trasgressione maschile con uno spezzato bianco e occhiali scuri, mentre Leonardo DiCaprio, fedele al ruolo del divo classico, si presentava con l'immancabile tight nero. Ma la notte, oltre ai premi e alla moda, portava con sé anche il peso del mondo, con la guerra in Ucraina che raggiungeva il 1474° giorno e i soccorritori ancora al lavoro a Zaporizhzhia, un monito silenzioso che la ribalta di Hollywood, per quanto scintillante, non può mai essere del tutto isolata dalla realtà.
I luoghi del cinema viaggiano tra California e Texas
Oltre ai volti e agli abiti, la 98esima edizione degli Academy Awards ha riacceso i riflettori sui luoghi che hanno fatto da sfondo ai film candidati. "Una battaglia dopo l'altra", trionfatore della serata con statuette per miglior film, regia, sceneggiatura non originale e montaggio, ha costruito la sua geografia narrativa attraversando due stati americani. La pellicola di Paul Thomas Anderson, frutto di un'approfondita ricerca di location iniziata già nel 2022, ha portato le proprie scene nelle foreste di Redwood e negli aridi paesaggi desertici, spaziando dalla California al Texas per raccontare una storia che è anche un viaggio nell'America profonda.
La produzione, curata nei minimi dettagli dalla scenografa Florencia Martin e dal location manager Michael Glaser, ha esplorato oltre venticinque città californiane prima di scegliere le ambientazioni definitive. Non sono mancate, come spesso accade nelle grandi produzioni, alcune controversie legate alle riprese, in particolare a Sacramento, dove un accampamento di senzatetto sarebbe stato spostato per permettere le riprese in un parco cittadino. Tuttavia, la pellicola è riuscita a catturare l'essenza di paesaggi contrastanti, dalle verdi foreste del nord della California fino alle distese rocciose dell'Anza-Borrego Desert State Park, a circa 90 miglia da Palm Springs, dove lo stesso DiCaprio è stato fotografato con un "man-bun" mentre impugnava un fucile durante le riprese di sequenze d'azione e inseguimenti in auto.
Dalle dune della California ai grattacieli di New York
L'eclettismo delle location non si è fermato al film vincitore. "F1: The Movie", pellicola con Brad Pitt che ha sorpreso ottenendo una candidatura come miglior picture, ha portato le proprie scene mozzafiato tra le dune della California centrale, precisamente nell'Oceano Dunes State Vehicular Recreation Area, dove la sabbia ha fatto da cornice a momenti cruciali della pellicola. Un uso del territorio che conferma come gli Stati Uniti offrano una varietà di paesaggi capaci di soddisfare qualsiasi esigenza registica, dal deserto del Texas, già esplorato per altre pellicole candidate, ai grattacieli di una New York sempre amatissima dai produttori.
Non solo America, però, perché l'edizione del 2026 ha premiato anche pellicole che hanno varcato i confini nazionali. "Sentimental Value", film norvegese che si è aggiudicato l'Oscar come miglior film internazionale, ha portato sul palco del Dolby Theatre la bellezza nordica della Norvegia, con i suoi fiordi e le sue luci fredde. E ancora, "The Secret Agent", pellicola brasiliana candidata in diverse categorie, ha offerto uno spaccato della vivace San Paolo e dei colorati quartieri di Recife, dimostrando come il cinema contemporaneo sia sempre più globale nelle sue ambientazioni. Una varietà di scenari che ha permesso agli spettatori di viaggiare idealmente attraverso gli Stati Uniti, dal Mississippi al Texas, e oltre, fino alle coste scozzesi e ai paesaggi mozzafiato del Nord Europa, in un susseguirsi di immagini che hanno reso la notte degli Oscar un vero e proprio giro del mondo in novanta pellicole.




