Il decreto ‘salario giusto’ di Meloni: risorse pubbliche solo a chi non sfrutta i lavoratori
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto il Primo maggio per consegnare al Paese un provvedimento – approvato in Consiglio dei Ministri già martedì scorso – che prova a mettere un argine allo sfruttamento nel mondo del lavoro. «Con il decreto lavoro – ha spiegato – abbiamo aggiunto un altro tassello importante: affermare il principio del salario giusto». Una formula, quella utilizzata dalla titolare di Palazzo Chigi, che traduce in pratica un concetto piuttosto elementare, sebbene troppo spesso disatteso: le risorse pubbliche devono fluire verso chi rispetta i dipendenti, non verso chi li sottopaga, li sfrutta o ricorre ai cosiddetti “contratti pirata”. Non ci sarebbe molta festa, insomma, a limitarsi a qualche incentivo aggiuntivo senza una cornice di diritti.
Un decreto su una realtà a pezzetti, tra incentivi e criticità antiche
Il provvedimento – ribattezzato “decreto 1 maggio” – porta con sé un pacchetto di misure pensate per spingere assunzioni e migliorare le retribuzioni, ma cade su un tessuto economico e sociale che resta profondamente frammentato. Le criticità, in molti casi, sono antiche e resistono da anni: non esiste un piano industriale nazionale, e da quando sono state progressivamente smantellate le partecipazioni statali, abbiamo perso per strada interi comparti, come la chimica. L’auto, poi, sopravvive a stento, e ci si regge ancora sul made in Italy. I numeri parlano chiaro: tra il primo trimestre 2021 e il quarto trimestre 2025, le retribuzioni reali si sono ridotte del 7,8%. Un dato che restituisce bene la profondità della crisi su cui il decreto va a innestarsi.
Calderone: più incentivi per under 35, contratti stabili e lavoratori svantaggiati
A dettagliare i contenuti del provvedimento ci ha pensato la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Elvira Calderone, in un video messaggio. «Abbiamo previsto spazi ulteriori – ha spiegato – per riconoscere un salario giusto agli under 35 disoccupati o inoccupati di lungo corso, con alcune eccezioni pensate per promuovere l’occupazione dei lavoratori svantaggiati». L’obiettivo dichiarato è quello di favorire un lavoro di qualità: per questo, spiega la ministra, si incentivano anche le trasformazioni dei contratti a termine in contratti stabili, premiando chi sceglie la continuità. Tradotto: chi assume con contratti solidi e duraturi avrà un trattamento di favore nell’accesso alle risorse pubbliche.
Il giuslavorista Martino: “Operazione propagandistica, serve una legge sul salario minimo”
Non tutti, però, leggono il decreto con lo stesso ottimismo. Il giuslavorista Enzo Martino, interpellato sul tema, ha offerto una lettura assai più critica: «Al di là dei 960 milioni stanziati per prorogare gli incentivi alle assunzioni – ha osservato – si tratta di un’operazione prevalentemente propagandistica». Secondo Martino, sulla contrattazione collettiva il provvedimento non cambia sostanzialmente nulla, e lo stesso vale per il settore del lavoro attraverso le piattaforme digitali. «Serve ancora – ha ribadito – fissare per legge un salario minimo». Un’osservazione, questa, che rimanda a un dibattito mai sopito e che il governo, per ora, ha scelto di non affrontare con una norma organica, preferendo intervenire per via incentivante. Il decreto, intanto, è entrato in vigore nel giorno della Festa dei lavoratori, consentendo a Meloni di rivendicare un’ulteriore “misura concreta” in materia, senza però che i nodi strutturali del mercato del lavoro italiano – dalla precarietà alla frammentazione contrattuale – possano dirsi risolti.




