Sanità, Giorgetti: la sfida è trasformare i conti in ordine in cure per le persone

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Servizio sanitario nazionale non può più limitarsi a fare di più. Deve scegliere dove investire risorse sempre più preziose, misurare ciò che produce davvero salute e costruire percorsi attorno alle persone. È il filo che ha attraversato il convegno nell'Aula Magna dell'Università dell'Insubria, a Varese, in occasione della presentazione del Rapporto 2025/2026 promosso dalla Fondazione per la Sussidiarietà e curato dal professor Giorgio Vittadini.

Un appuntamento che ha visto la partecipazione del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, il quale ha legato il futuro della sanità pubblica alla tenuta dei conti statali e alla capacità di organizzare i servizi in modo diverso.

In Italia il reddito continua a fare la differenza anche quando si tratta di curarsi. Secondo i dati citati nel rapporto, rinuncia a una visita specialistica più di una persona su dieci, il 12%, tra quelle con i redditi più bassi, contro l'8% di quelle che rientrano nelle fasce reddituali più elevate. Un divario che dimostra come l'accesso alle cure non sia uguale per tutti: il problema non sta tanto nel livello medio nazionale dei bisogni sanitari insoddisfatti quanto nella varianza che questo aggregato nasconde tra ceti sociali e territori.

Il ministro ha ricordato che gli italiani spendono di tasca propria 41 miliardi l'anno per la salute e che per l'8,6% delle famiglie queste spese risultano insostenibili.

Alla vigilia del verdetto dell'Istat sul deficit, che ha poi certificato il rapporto deficit/Pil 2025 al 3,1%, confermando la permanenza dell'Italia nella procedura europea per disavanzo eccessivo, Giorgetti ha speso parole nette sul rapporto tra conti pubblici e spesa sociale. «Quando un Paese perde il controllo del debito non sceglie più, subisce», ha detto il ministro, spiegando che «un bilancio in ordine è una scelta redistributiva, prima che contabile».

Il ragionamento è lineare: gli interessi sul debito, che nel 2025 hanno assorbito il 3,9% del Pil, quasi 90 miliardi, pagano il passato e non curano nessuno; solo un bilancio non schiacciato dagli interessi può permettersi di essere selettivo e sostenere ciò che funziona.

Il ministro ha ricordato lo sforzo finanziario compiuto: per il 2026 il Governo ha portato il finanziamento del Servizio sanitario a 142,9 miliardi di euro, oltre sei miliardi in più rispetto all'anno precedente. Ma ha subito aggiunto che «i cittadini non misurano la sanità in miliardi», perché la prova decisiva riguarda quando e come queste risorse diventano concretamente cura.

La questione centrale, per Giorgetti, è organizzativa: con 24 milioni di italiani affetti da patologie croniche, il problema non è la singola prestazione ma essere seguiti nel tempo fuori dall'ospedale. Da qui la sua indicazione provocatoria: «Penso che alla sanità pubblica oggi serva una robusta iniezione di ingegneri gestionali», per dare priorità all'organizzazione dei servizi e all'ottimizzazione dei processi.

Nel corso del suo intervento, il titolare del Mef ha rivolto un richiamo diretto all'assessore regionale Raffaele Cattaneo, seduto in prima fila. «A Varese tanti se ne vanno in Svizzera», ha osservato Giorgetti, riferendosi al personale sanitario che sceglie di lavorare oltreconfine, prima di invitare l'assessore ad agire «rapidamente e sollecitamente» sul premio di confine previsto dalla normativa per compensare quella che ha definito una concorrenza sleale sul personale sanitario.

La misura, inserita nell'ultimo decreto legge, punta a trattenere medici e infermieri nelle strutture di frontiera, dove l'attrattività del mercato del lavoro elvetico rende particolarmente difficile garantire la continuità dei servizi.

Sul fronte della sanità integrativa, Giorgetti ha indicato la necessità di rafforzare e organizzare meglio il ruolo dei fondi sanitari e dei fondi pensione. Per i primi, ha spiegato, il vantaggio fiscale deve essere legato alla prestazione effettivamente offerta agli iscritti; per i secondi, la copertura per la non autosufficienza valida per tutta la vita deve diventare una componente di ogni piano pensionistico.

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