Cinque anni dopo il Covid, le 1602 vite spezzate e la paura nel Cuneese
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Redazione Interno
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Il 31 gennaio 2020, il governo italiano dichiarò lo stato di emergenza: il Covid-19, che fino a quel momento sembrava confinato alla Cina, bussava alle porte del Paese. Poche settimane dopo, il 22 febbraio, il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, annunciava il primo caso di positività a Torino, un uomo che aveva avuto contatti con un familiare di un contagiato in Lombardia. Da lì, tutto precipitò. L’Unità di crisi venne attivata, ma il virus, invisibile e implacabile, iniziò a diffondersi rapidamente, portando con sé paura, incertezza e, purtroppo, morte.
A distanza di cinque anni, il ricordo di quei giorni è ancora vivido, soprattutto in zone come il Cuneese, dove il virus colpì duramente, lasciando un segno indelebile. Lorenzo Nicolini, ex coordinatore della protezione civile e oggi referente tecnico di un sodalizio locale, ricorda quei momenti con un misto di dolore e orgoglio. «Il telefono suonava sempre», racconta, sottolineando come la risposta alla crisi sia stata possibile solo grazie a uno sforzo collettivo. «Eravamo in 12 volontari su 20, molti anziani avevano paura per la propria incolumità o erano malati. Per farcela, abbiamo coinvolto cittadini e associazioni. Il Covid è stato fronteggiato grazie al grande senso civico di tutti».
Quella pandemia, che ha spezzato 1602 vite solo nel Cuneese, ha lasciato dietro di sé un’eredità complessa. Da un lato, il dolore per le perdite umane, che ancora oggi pesa come un macigno; dall’altro, la consapevolezza di aver affrontato una tempesta senza precedenti, trovando risorse impensabili. Francesco Locati, direttore generale dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, riflette su come la pandemia abbia cambiato tutto. «È stata un’esperienza triste e dolorosa», ammette, «ma ha anche generato una capacità di reazione che non avremmo mai immaginato». Locati, che ha guidato l’Asst Bergamo Est durante gli anni più critici, sa bene cosa significhi vivere in prima linea una crisi sanitaria di tale portata.
Eppure, nonostante gli sforzi e le lezioni apprese, il bilancio a cinque anni di distanza non è del tutto positivo. Le risorse, spesso allocate in fretta e furia, non sempre sono state utilizzate in modo efficiente. E la memoria di ciò che è accaduto rischia di affievolirsi, soprattutto quando si parla di segnali ignorati. Già a gennaio 2020, nella Val Seriana, si registravano casi di polmoniti anomale, ma nessuno approfondì quei sintomi. «Bergamo is running», disse la locale Confindustria, e la macchina produttiva non poteva fermarsi. Quel silenzio, però, ha avuto un prezzo altissimo




