Tuchel e l'Inghilterra, una rivoluzione silenziosa fatta di esclusioni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La filosofia di Thomas Tuchel, che dallo scorso gennaio guida la nazionale inglese, si sta rivelando con una chiarezza che, se inizialmente poteva disorientare, ora delinea un percorso inequivocabile. Il commissario tecnico, il quale ha ereditato una squadra di indubbio talento individuale dal suo predecessore Southgate, ha intrapreso una strada diametralmente opposta, fondata non sul culto della star ma su un'idea ferrea di collettivo. La sua linea d'azione, per quanto possa apparire spietata a chi osserva dall'esterno, è semplice e si ripete con insistenza: da qui al Mondiale, non ci saranno corsie preferenziali per nessuno, nemmeno per quei giocatori che un tempo si consideravano, a ragione o a torto, intoccabili.

I risultati che zittiscono le polemiche

A suffragare questa sua impostazione, che qualcuno ha definito spregiudicata e altri semplicemente necessaria, ci sono dei numeri che è difficile contestare. In dieci mesi di lavoro, Tuchel ha collezionato cinque vittorie in altrettante partite, un percorso perfetto che ha permesso all'Inghilterra di assicurarsi la qualificazione al prossimo campionato del mondo con due turni di anticipo, come è avvenuto nella trasferta di Riga contro la Lettonia. Un cammino, il suo, impreziosito da tredici reti segnate e, aspetto forse ancor più significativo, da zero gol subiti. Questa solidità, che va ben oltre la mera fortuna, sembra essere la diretta conseguenza di una scelta di fondo: mettere da parte nomi di richiamo mondiale come Jude Bellingham, Phil Foden e Jack Grealish, privilegiando invece una logica di gruppo i cui frutti, almeno in questa fase, sono innegabili.

La squadra prima del talento individuale

Le dichiarazioni del ct, del resto, non lasciano spazio a fraintendimenti o a facili illusioni. “Non stiamo cercando di raccogliere i giocatori più talentuosi, stiamo cercando di costruire una squadra”, ha affermato Tuchel in una delle sue uscite pubbliche, poche ma mirate, aggiungendo con una metafora efficace che “le squadre vincono trofei, nessun altro”. Una presa di posizione netta, questa, che ha il sapore di un monito per tutti coloro i quali, nonostante le prove portate sul campo, continuano a credere che il singolo possa prevalere sul disegno complessivo. Quel che sta accadendo, in realtà, è un ribaltamento di priorità che toglie certezze a molti e ne offre ad altrettanti, creando una competitività interna che prima sembrava latitare.

Il prezzo da pagare per un'idea chiara

La situazione, come è facile immaginare, genera un corteo di aspiranti convocati e di esclusi d'alto bordo, i quali si trovano a dover riflettere sul proprio futuro in maglia bianca. Persino un fenomeno come Jude Bellingham, il “vagacampista” celebrato in tutto il mondo, si trova improvvisamente a dover lottare per un posto in una rosa che non garantisce più nulla a priori. Lo stesso vale per Cole Palmer e per una manciata di altri calciatori di indubbia qualità, i quali, dopo l'ultimo chiaro avvertimento del tecnico, comprendono di essere sotto seria minaccia. Tuchel, che non usa giri di parole, ha costruito un meccanismo dove la fedeltà a un progetto condiviso e le garanzie offerte in campo contano più del biglietto da visita, consegnando all'Inghilterra un'identità che prima sembrava smarrita.

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