L’omicidio di Sacko Bakari a Taranto, la vita del maliano spezzata in piazza Fontana
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Redazione Interno
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Sacko Bakari, trentacinquenne originario del Mali, aveva attraversato il deserto e poi il Mediterraneo per costruirsi un’esistenza lontano dalla fame e dalle rotte dei trafficanti, ma il suo percorso – scandito da lavori precari e dalla pazienza di chi impara una nuova lingua, un nuovo mestiere, una nuova geografia di relazioni – si è interrotto all’alba del 9 maggio, quando tre colpi d’arma da fuoco lo hanno raggiunto mentre attraversava piazza Fontana, nel cuore della Città vecchia di Taranto. Uno al torace, due all’addome: nessuna possibilità di sopravvivenza. La vittima, dieci anni in Italia dopo la traversata, era conosciuta nel quartiere per la sua abitudine a muoversi a piedi nelle ore piccole, diretto al turno di lavoro, e proprio quella routine silenziosa l’ha resa un bersaglio facile nella notte in cui una babygang ha trasformato una piazza storica in un campo di caccia.
L’agguato e il vuoto di una vita costruita altrove
La dinamica dell’aggressione, ancora al centro delle verifiche condotte dalla squadra mobile di Taranto, sembra ricondurre a un’azione improvvisa e violenta da parte di un gruppo giovanile – l’ipotesi degli inquirenti parla di una babygang – che avrebbe colpito senza un movente chiaro, forse nel corso di una rapina finita male o come atto gratuito di violenza urbana. Bakari, che stava andando al lavoro – e che secondo alcune testimonianze raccolte tra i volontari di Mediterranea Saving Humans aspettava un figlio –, non avrebbe avuto il tempo di reagire o di fuggire. A pochi passi dal mare, su quel basolato che lui calpestava ogni giorno, è stato trovato riverso in una pozza di sangue. Il fratello della vittima, giunto in città qualche giorno dopo l’omicidio, ha chiesto di vedere il luogo dove Sacko è caduto, senza rilasciare dichiarazioni pubbliche ma con il gesto inequivocabile di chi cerca un senso in una perdita assurda.
La memoria di chi lo conosceva e le voci dal territorio
Marina Luzzi, nel corso della trasmissione “Di Buon Mattino”, ha ripercorso insieme a Caterina Contegiacomo – volontaria di Mediterranea – i frammenti di una quotidianità fatta di saluti, di sorrisi, di piccole attese: Bakari non era un invisibile, semmai un uomo che aveva scelto la discrezione come forma di resistenza. Le cronache locali lo hanno descritto mentre lavorava saltuariamente tra piccole consegne e pulizie, senza mai un permesso di soggiorno stabile ma con la tenacia di chi non torna indietro. La sua storia, prima ancora che giudiziaria, è quella di un migrante economico ucciso mentre andava a guadagnarsi il pane, e questo dettaglio – l’ora, la destinazione, la normalità dell’atto – rende il vuoto lasciato ancora più opprimente per chi lo incrociava ogni giorno nelle viuzze della Città vecchia.
Le reazioni politiche e il dibattito sui social
Antonio Paolo Scalera, consigliere della Lega, ha rotto il silenzio con una nota in cui condanna “i commenti offensivi e discriminatori” comparsi sui social network dopo la morte di Bakary Sako – così indicato in alcuni comunicati – definendoli “parole vergognose che offendono non solo la sua memoria, ma anche i valori di civiltà, solidarietà e rispetto”. Lo stesso esponente politico ha parlato di “vergogna su chi semina odio anche davanti alla morte”, riferendosi a quei post che sotto la notizia dell’omicidio hanno aggiunto insulti o tentato di giustificare l’accaduto con il colore della pelle o la condizione migratoria della vittima. Le indagini, intanto, proseguono tra immagini delle telecamere di sorveglianza e testimonianze raccolte tra i residenti di piazza Fontana, dove il bar all’angolo e l’albergo affacciato sulla piazza potrebbero aver registrato particolari utili a identificare gli aggressori.




