Avatar: fuoco e cenere, il terzo capitolo che conclude la saga di Cameron
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Redazione Cultura e Spettacolo
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James Cameron porta a compimento, con "Avatar: Fuoco e cenere", la trilogia iniziata nel lontano 2009, consegnando al pubblico un film che, nelle intenzioni del regista, dovrebbe rappresentare l'epilogo della storia di Jake Sully. Il racconto, che dal 17 dicembre arriva nelle sale italiane distribuito da The Walt Disney Company Italia, non si limita infatti a essere un semplice sequel, ma punta a chiudere un cerchio narrativo, lasciando in sospeso i due ulteriori capitoli annunciati, il cui futuro sembra essere vincolato, in maniera non esplicita ma piuttosto chiara, ai risultati di questo incasso al botteghino. Cameron, che ha radicalizzato i toni della sua epopea spingendola verso territori emotivi più aspri e complessi, sembra pronto a deporre la macchina da presa qualora il responso del pubblico non fosse all'altezza delle aspettative, rinunciando così alla doppietta di film già calendarizzati per il 2029 e il 2031.
Una conclusione che radicalizza il conflitto
La pellicola, il cui Titolo evoca emblematicamente le forze distruttive dell'odio e la polvere del lutto, riprende le vicende del clan Sully nel momento in cui questi, ospiti del popolo dei Metkayina, tentano di elaborare la perdita del figlio Neteyam. La narrazione, che alcuni potrebbero giudicare non particolarmente innovativa rispetto ai capitoli precedenti, introduce tuttavia tensioni morali più mature, concentrandosi, tra gli altri, sul personaggio dell'umano Spider, il quale, essendo figlio del Colonnello Quaritch, diventa un involontario elemento di pericolo. L'antagonista, del resto, non ha mai abbandonato l'ossessione di catturare il disertore Jake, interesse che ora si estende anche a ciò che considera sua proprietà, ovvero il ragazzo.
Un'esperienza visiva che grida "cinema"
Se da un punto di vista narrativo il film potrebbe non aggiungere elementi completamente inediti alla mitologia di Pandora, dal punto di vista spettacolare e tecnico l'opera di Cameron si impone con una potenza visiva innegabile, dove ogni inquadratura sembra concepita per esaltare la dimensione epica e immersiva del racconto. Quella immersività, ormai diventata un marchio di fabbrica del franchise e un aggettivo quasi scontato nel lessico critico dedicato alla saga, raggiunge qui vette di dettaglio e profondità che pochi altri cineasti possono permettersi di eguagliare, trascinando lo spettatore in un mondo lussureggiante e pericoloso. Il regista, che con "La via dell'acqua" aveva celebrato temi di unione e fluidità, propone ora il perfetto contraltare, un'opera dove gli elementi si scontrano e bruciano, lasciando spazio a cicatrici e riflessioni più cupe.
Il peso delle scelte e il futuro incerto
Il film, quindi, si carica di un significato particolare che va al di là della sua trama, rappresentando di fatto un punto di svolta decisivo per l'intero universo creato da Cameron. Il destino dei Na'vi e degli umani su Pandora, almeno per come lo conosciamo, trova una sua possibile chiusura in questo terzo atto, il quale, nonostante le premesse per futuri sviluppi, funziona come un arco narrativo compiuto. La saga, che ha sempre mescolato avventura spettacolare a tematiche ambientali e sociali, affronta ora le conseguenze permanenti della guerra e del conflitto, mostrando come le scelte del passato lascino strascichi indelebili, simili a cenere dopo un grande rogo. La bilancia, insomma, pende verso un finale che, pur non essendo necessariamente definitivo in senso assoluto, fornisce al pubblico un senso di compiutezza, lasciando al contempo una porta socchiusa su un futuro che, però, dipenderà da fattori ben più terreni e legati al mercato.




