Polizia, boom delle ispezioni interne: da 17 a 123 in nove anni. Ma i dati sui reati in divisa sono segreti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non accenna a placarsi l’eco dell’inchiesta che ha travolto ventuno appartenenti alle forze dell’ordine, tra poliziotti e carabinieri, indagati per furto aggravato ai danni del punto vendita Coin all’interno della stazione Termini di Roma. Gli inquirenti, coordinati dal pm Stefano Opilio, hanno ricostruito un sistema collaudato che vedeva al centro una cassiera di quarantatré anni, la quale metteva da parte la merce – capi d’abbigliamento, profumi e accessori – dopo aver rimosso le placche antitaccheggio. Gli agenti, alcuni dei quali in servizio proprio nello scalo ferroviario, passavano a ritirare quanto prenotato, talvolta simulando pagamenti elettronici mai avvenuti o usufruendo di scontrini di cortesia relativi a transazioni precedenti. La Procura parla di un ammanco vicino ai duecentomila euro, una cifra che ha spinto la direzione del negozio a rivolgersi a investigatori privati e, successivamente, ai carabinieri per la denuncia. Tra gli indagati figurano un dirigente della Polfer, due commissari e vari sottufficiali dell’Arma, tutti immediatamente trasferiti ad altri incarichi dopo la notifica degli avvisi di garanzia. I legali degli indagati, dal canto loro, annunciano di voler dimostrare l’insussistenza degli addebiti, ricordando come molti dei loro assistiti vantino decine di arresti in flagranza e operazioni antitaccheggio condotte in borghese.

I numeri segreti dei reati commessi da chi indossa una divisa

Proprio mentre il caso di Roma Termini occupa le cronache, emerge un dato che getta una luce sinistra sui meccanismi di controllo interni alle forze di polizia. Secondo quanto riportato da Alessandro Mantovani su Il Fatto Quotidiano, le ispezioni interne al sono passate dalle diciassette del 2017 alle centoventitré del 2025. Un incremento esponenziale, verrebbe da dire, se non fosse che i dati relativi ai reati effettivamente commessi dagli agenti rimangono avvolti nel più totale riserbo. Le statistiche ufficiali, quelle che dovrebbero fotografare il fenomeno della cosiddetta “mala divisa”, sono classificate come segrete. Una scelta che di fatto impedisce qualsiasi analisi esterna e che solleva piú di un interrogativo sulla reale volontà di fare chiarezza su un fronte, quello della legalità interna, che dovrebbe rappresentare il presupposto fondamentale per il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

L’addio agli Affari interni voluti da Gabrielli e il dibattito sulla militarizzazione

A questa opacità si aggiunge una svolta organizzativa di cui si parla poco ma che segna un cambiamento profondo: l’archivio del nucleo Affari interni, voluto anni fa dall’allora capo della polizia Franco Gabrielli, è stato di fatto smantellato. Quella struttura, pensata per indagare sugli stessi investigatori e per individuare eventuali “mele marce” all’interno del, aveva rappresentato una novità assoluta nel panorama della sicurezza italiano. La sua dismissione, o quanto meno il suo ridimensionamento, arriva in un momento in cui il dibattito pubblico si concentra invece sull’impiego sempre piú massiccio degli agenti in operazioni di ordine pubblico e sul loro ruolo in contesti complessi come le stazioni e le periferie delle grandi città. Una riflessione, questa, che si intreccia con le parole del ricercatore Michele Di Giorgio, autore del saggio Il braccio armato del potere, il quale sottolinea come l’Italia proceda a fatica nel confronto con modelli piú avanzati come quelli del Regno Unito e della Francia, dove il monitoraggio e la formazione degli operatori di polizia seguono canoni molto piú stringenti.

Le chat della cassiera e quei commenti intrisi di pregiudizio su Napoli

Tornando alla vicenda capitolina, emergono dettagli che restituiscono il clima di complicità e disinvoltura in cui maturavano i presunti furti. Nelle chat finite nel fascicolo dell’inchiesta, la cassiera, nel rispondere a richieste di consigli su prodotti da acquistare, non lesinava giudizi personali piuttosto espliciti: “Le tovaglie? Sono rimaste soltanto quelle orrende con le stelline sbrilluccicose dentro, terribili che fanno proprio Napoli”, scriveva, in un messaggio che i magistrati hanno interpretato come la spia di un atteggiamento confidenziale e, al contempo, denso di stereotipi. La donna, ascoltata nei giorni scorsi dal gip in sede di interrogatorio preventivo, ha cercato di ridimensionare il proprio ruolo, offrendo una lettura alternativa dei filmati che la riprendono mentre ripone la merce e rimuove i dispositivi di sicurezza. Una versione che, almeno per il momento, non ha convinto gli inquirenti, i quali continuano a lavorare per delineare i contorni esatti di un’associazione a delinquere finalizzata al furto che avrebbe potuto contare su una rete di complici insospettabili, proprio quelli che avrebbero dovuto vigilare sulla sicurezza dello scalo.

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