Polizia, boom delle ispezioni interne: da 17 a 123 in nove anni. Ma i dati sui reati in divisa sono segreti. Addio agli affari interni voluti da Gabrielli
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La vicenda giudiziaria che ha travolto ventuno appartenenti alle forze dell’ordine, accusati di aver messo a segno furti sistematici ai danni del negozio Coin all’interno della stazione Termini di Roma, riporta drammaticamente sotto i riflettori il nodo, mai realmente risolto, dei controlli interni al Corpo. Mentre da un lato emerge un quadro investigativo che parla di un ammanco di centottantaquattromila euro, scoperto grazie all’inventario del febbraio 2024, dall’altro l’istituzione che quei militari e quei poliziotti dovrebbe rappresentare mostra tutte le sue crepe in termini di trasparenza e autodisciplina. Le cifre, in questo senso, parlano chiaro e raccontano di un fenomeno in netta controtendenza rispetto alla percezione comune: le ispezioni interne avviate dagli stessi uffici di disciplina sono passate dalle appena diciassette del 2017 alle centoventitrè registrate nell’ultimo anno, un incremento esponenziale che segnalerebbe, se non altro, una rinnovata attenzione verso le cosiddette “mele marce”.
Il sistema dei furti e l’ombra della talpa alla cassa numero 5
Le indagini coordinate dal pubblico ministero Stefano Opilio e dall’aggiunto Giovanni Conzo hanno delineato un meccanismo collaudato, che vedeva al centro una cassiera con vent’anni di servizio alle spalle, licenziata dopo la scoperta del buco di cassa e ora chiamata a rispondere delle proprie azioni davanti al giudice per le indagini preliminari. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri del nucleo operativo, coadiuvati anche da investigatori privati ingaggiati dalla stessa catena commerciale, la donna avrebbe agito come una talpa interna: nascondeva la merce – borse, cappelli, giacche, cosmetici e profumi – in un armadio vicino alla sua postazione, rimuoveva le placche antitaccheggio e tagliava le etichette, preparando i pacchi per i suoi “clienti” speciali. Un sistema che prevedeva piccole sottrazioni quotidiane, per non destare sospetti, ma che alla fine ha prodotto un ammanco pari al 10,8% del fatturato del punto vendita di via Giolitti, una percentuale quattro volte superiore alla media fisiologica di altri store.
Tra gli indagati, le cui posizioni sono al vaglio della magistratura, figurano nove poliziotti – tra cui un primo dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore e diversi sovrintendenti – e dodici carabinieri, con gradi che vanno da brigadiere ad appuntato scelto, tutti in servizio presso lo scalo ferroviario. La difesa, attraverso le parole dell’avvocato Andrea Falcetta che assiste otto dei militari coinvolti, ha respinto con fermezza le accuse, sottolineando come gli stessi carabinieri, nell’arco dell’ultimo anno, abbiano effettuato una cinquantina di arresti in flagranza e quasi cento denunce, dimostrando, a parere del legale, un impegno costante nella lotta alla microcriminalità proprio in quegli stessi ambienti. Episodi, quelli contestati, che riguarderebbero importi di poche decine di euro, nulla a che vedere con il maxi ammanco emerso dall’inventario, e dei quali – come ha tenuto a precisare il difensore – si dimostrerà l’insussistenza nel corso del procedimento.
Dichiarazioni spontanee e lo spettro del carcere per l’ex dipendente
Nel corso dell’interrogatorio preventivo, la ex cassiera, difesa dagli avvocati Carlo Testa Piccolomini e Irene Bisiani, ha scelto la via delle dichiarazioni spontanee nel tentativo di scongiurare la richiesta di custodia cautelare in carcere avanzata dalla Procura. La donna ha ammesso di aver commesso “degli errori”, ma ha negato con forza qualsiasi responsabilità in relazione al buco da quasi duecentomila euro. La sua versione, come riferito al gip, è che si sia limitata a concedere ad amici e conoscenti – tra cui i militari e gli agenti finiti nell’inchiesta – l’uso della sua tessera sconti riservata ai dipendenti, un gesto che, a suo dire, sarebbe stato interpretato in modo distorto dalle telecamere di sorveglianza e dagli accertamenti patrimoniali. Ha parlato di una vita “distrutta” da queste accuse, negando di essersi mai appropriata di denaro o merce, ma il pm Opilio, nel suo atto, ha evidenziato come le immagini la ritraggano mentre rimuove i dispositivi antitaccheggio e imbusta i prodotti senza registrarne il pagamento, talvolta simulando transazioni con vecchi scontrini o fingendo pagamenti elettronici mai avvenuti.
Un fenomeno monitorato ma avvolto nel segreto statistico
Parallelamente al clamore mediatico suscitato dall’inchiesta capitolina, riemerge con prepotenza il tema della trasparenza interna alle forze di polizia. Se da un lato i numeri ufficiali parlano di un’impennata delle ispezioni interne – passate da diciassette a centoventitrè in nove anni – dall’altro i dati relativi ai reati effettivamente commessi da chi indossa una divisa rimangono secretati, sottratti al dibattito pubblico e al controllo democratico. Un paradosso non da poco, se si considera che proprio per volontà dell’allora capo della polizia, Franco Gabrielli, era stato istituito un ufficio dedicato agli “affari interni” sul modello statunitense, pensato per stanare i corrotti e gli infedeli. Un ufficio che, a distanza di anni, sembra aver perso la sua spinta propulsiva, mentre la linea politica attuale, con Donald Trump tornato alla Casa Bianca, guarda con favore a un inasprimento delle pene e a una maggiore discrezionalità delle forze dell’ordine, senza però affrontare il nodo della loro responsabilità interna.
La vicenda della Coin di Termini, con i suoi quarantaquattro indagati complessivi – tra i quali figurano anche una ventina di dipendenti di altri negozi della stazione – diventa così lo specchio di una doppia verità: da una parte l’azione investigativa che non fa sconti a nessuno, dall’altra un sistema che fatica a fare pulizia al proprio interno e che custodisce gelosamente i numeri veri di un malcostume, forse, più diffuso di quanto si voglia ammettere.




