Israele, avanza il disegno di legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi
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Redazione Esteri
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Il disegno di legge che introduce la pena di morte per i detenuti palestinesi, sostenuto dal partito di estrema destra Otzma Yehudit, ha superato l’ostacolo della Commissione per la Sicurezza Nazionale della Knesset, avviandosi verso le due votazioni finali necessarie per diventare legge. La proposta, promossa dalla deputata Limor Son Har-Melech e fortemente voluta dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, mira a trasformare in obbligo giuridico ciò che finora era rimasto, per decenni, una possibilità mai applicata nella pratica se non nel celebre caso di Adolf Eichmann nel 1962. Si tratta di un testo che, se approvato, segnerebbe una cesura profonda non solo nella tradizione giuridica israeliana, ma anche nel rapporto, già estremamente teso, con i territori occupati e la popolazione palestinese.
Una procedura accelerata e le modifiche al testo originario
L’iter del provvedimento è stato caratterizzato da una marcata accelerazione, con i promotori che hanno spinto per il voto finale prima della pausa pasquale. Il testo approdato in commissione ha subito alcune modifiche rispetto alla versione iniziale, ritenuta particolarmente estrema anche da alcuni settori interni all’apparato giudiziario e di sicurezza. In particolare, è stata attenuata la clausola che prevedeva l’obbligatorietà assoluta della pena capitale, restituendo ai giudici un margine di discrezionalità nella scelta tra l’impiccagione e l’ergastolo. È stato inoltre eliminato l’obbligo di celebrare i processi esclusivamente davanti a tribunali militari, consentendo, in alcuni casi, il ricorso alla giustizia civile. Nonostante queste revisioni, che tentano di rendere il testo meno vulnerabile alle censure della Corte Suprema, il cuore del provvedimento rimane profondamente discriminatorio: la pena di morte viene concepita come risposta a omicidi commessi “con l’obiettivo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico”, una formulazione che esclude di fatto dalla sua applicazione i coloni israeliani che uccidono palestinesi.
Il simbolismo di Ben-Gvir e le reazioni nel dibattito pubblico
Il ministro Ben-Gvir, figura di spicco dell’estrema destra, ha trasformato la battaglia per questa legge in un’icona politica, presentandosi in aula con spille dorate a forma di cappio e distribuendo dolci baklava ai colleghi dopo i primi passaggi favorevoli. Un gesto, quest’ultimo, storicamente utilizzato per celebrare attentati contro israeliani, che ne ha evidenziato il carattere provocatorio e la volontà di ribaltare simboli e narrazioni. La sua esultanza, definita “un momento storico di giustizia”, ha trovato riscontro nelle dichiarazioni della deputata Son Har-Melech, secondo cui la legge rappresenta “l’espressione morale di un popolo che non accetta che gli assassini di ebrei vivano in prigione sperando in scambi”. Nel frattempo, nell’opposizione e tra le organizzazioni per i diritti umani, il clima era diametralmente opposto, con accuse di razzismo istituzionalizzato e di un pericoloso passo indietro rispetto allo stato di diritto.
Le critiche delle organizzazioni internazionali e i profili di illegittimità
Amnesty International ha definito il disegno di legge non solo crudele, ma intrinsecamente discriminatorio, un “ulteriore pilastro del sistema di apartheid” contro i palestinesi. L’organizzazione ha evidenziato come il provvedimento conceda al governo “carta bianca per imporre condanne a morte”, violando il diritto alla vita e, nel caso di applicazione da parte dei tribunali militari in Cisgiordania, configurando potenzialmente crimini di guerra. Le critiche si concentrano sulla disparità di trattamento: mentre per un palestinese accusato di aver ucciso un israeliano la pena di morte diventa una possibilità concreta, per un colono accusato di omicidio ai danni di un palestinese rimangono in vigore le normali procedure del diritto penale israeliano, molto più garantiste. Anche dal punto di vista procedurale, le modifiche alle norme sui tribunali militari – che ora potrebbero emettere sentenze capitali a maggioranza semplice e non più all’unanimità – destano allarme per l’alto rischio di errori giudiziari, in un sistema dove il tasso di condanne per imputati palestinesi sfiora il 99%.
Le implicazioni per i detenuti e il sistema giudiziario militare
Uno degli aspetti più controversi riguarda l’applicazione della legge nei territori della Cisgiordania occupata, dove operano i tribunali militari. Il progetto iniziale mirava a estendere la pena capitale a questi tribunali con procedure semplificate, eliminando la necessità dell’unanimità tra i giudici e riducendo i tempi per l’esecuzione, fissati in un massimo di 90 giorni dalla conferma della sentenza. Sebbene alcune delle norme più estreme siano state modificate in commissione, la struttura di fondo resta quella di un diritto punitivo differenziato, che rischia di creare una zona grigia in cui i diritti processuali fondamentali vengono sacrificati sull’altare della deterrenza. I consulenti legali del parlamento hanno sollevato obiezioni sull’incostituzionalità della misura, sottolineando la sua natura discriminatoria e la contraddizione con i trattati internazionali firmati da Israele, che prevedono garanzie contro l’arbitrarietà nella comminazione della pena capitale. Nonostante queste premesse, la maggioranza di governo sembra determinata a portare a termine l’iter legislativo, sfidando le critiche della magistratura e della comunità internazionale.
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