Greenpeace condannata a pagare 660 milioni: rischia la chiusura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Greenpeace, una delle organizzazioni ambientaliste più note a livello globale, è stata condannata a risarcire 660 milioni di dollari alla società petrolifera Energy Transfer, con sede in Texas, dopo che una giuria del North Dakota ha ritenuto l’associazione colpevole di diffamazione e di aver orchestrato una campagna di proteste violente contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access. La sentenza, emessa il 19 marzo 2025, rappresenta uno dei colpi più duri mai inferti a un’organizzazione no-profit, mettendo a rischio la stessa sopravvivenza di Greenpeace, che ora si trova a dover fronteggiare una cifra esorbitante.

La vicenda risale al periodo tra il 2016 e il 2017, quando l’oleodotto Dakota Access, gestito da Energy Transfer, divenne oggetto di aspre contestazioni da parte della tribù Sioux di Standing Rock e di numerosi attivisti ambientalisti. Greenpeace, accusata di aver guidato e amplificato le proteste, è stata ritenuta responsabile di aver diffuso informazioni false e di aver causato ingenti danni economici alla società petrolifera, la quale ha sostenuto di aver subito perdite finanziarie significative a causa delle azioni di disturbo.

Energy Transfer, che aveva avviato la causa legale nel 2019, ha ottenuto una vittoria schiacciante: la giuria di Mandan, composta da nove membri, ha infatti stabilito che Greenpeace non solo avrebbe diffamato l’azienda, ma avrebbe anche violato il domicilio e promosso attività illegali durante le proteste. La sentenza, che ha suscitato reazioni contrastanti, rischia di segnare un precedente significativo nel rapporto tra grandi corporation e organizzazioni ambientaliste, aprendo un dibattito sui limiti della libertà di espressione e di protesta.

Greenpeace, da parte sua, ha sempre negato le accuse, sostenendo di aver agito nel rispetto della legge e di aver difeso i diritti delle comunità locali e dell’ambiente. Tuttavia, la condanna rappresenta un duro colpo per l’organizzazione, che potrebbe essere costretta a ridimensionare le proprie attività o addirittura a chiudere i battenti se non riuscirà a far fronte alla multa.

Il caso, che ha richiamato l’attenzione internazionale, non solo mette in luce le tensioni tra attivismo ambientale e interessi economici, ma solleva anche interrogativi sulle conseguenze legali ed economiche che potrebbero derivare da future campagne di protesta. La sentenza, infatti, potrebbe avere un effetto deterrente su altre organizzazioni, spingendole a valutare con maggiore cautela le proprie iniziative.

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