Greenpeace rischia il fallimento dopo la maxi condanna per le proteste contro l'oleodotto di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un tribunale distrettuale del North Dakota ha messo nero su bianco una sentenza che rischia di avere effetti devastanti per Greenpeace, condannando l'organizzazione ambientalista a pagare 345 milioni di dollari a Energy Transfer, il colosso texano gestore del Dakota Access Pipeline. La cifra, benché rappresenti una riduzione rispetto ai 667 milioni inizialmente stabiliti da un verdetto della giuria popolare nello scorso marzo, è di fatto insostenibile per la ong, che ha già dichiarato di non disporre delle risorse necessarie per farvi fronte e che per questo motivo si trova ora ad affrontare uno scenario di potenziale bancarotta per la sua branca americana. La vicenda giudiziaria, che affonda le radici nelle imponenti manifestazioni del 2016 e del 2017 vicino alla riserva di Standing Rock, vede contrapposte due visioni: da un lato l'azienda energetica, tra i principali donatori della campagna elettorale di Donald Trump, che accusava gli attivisti di aver fomentato azioni di disturbo e diffamazione con conseguenti ritardi nella costruzione dell'infrastruttura, e dall'altro l'organizzazione, che respinge con forza ogni addebito parlando di un tentativo di mettere a tacere il dissenso.

Le radici della lunga battaglia legale e il nodo delle proteste

La controversia, come si ricorderà, era nata in concomitanza con le mobilitazioni di massa che videro i nativi americani della tribù Sioux in prima linea, supportati da migliaia di attivisti ambientalisti, contro la realizzazione dell'oleodotto lungo quasi duemila chilometri; un'opera fortemente voluta dall'allora candidato Trump, che una volta eletto firmò un decreto per sbloccarne la realizzazione, e che secondo i critici rappresentava una minaccia costante per le risorse idriche e per i luoghi sacri alle popolazioni indigene. Energy Transfer, attraverso la sua causa, aveva inizialmente tentato la strada del Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, il cosiddetto RICO, lo strumento giuridico pensato per contrastare le attività delle organizzazioni mafiose, ma quel filone venne archiviato nel 2019 da un giudice federale per manifesta infondatezza delle accuse. Non essendosi arresa, la compagnia ripresentò poi un nuovo procedimento a livello statale, incentrandolo su capi d'imputazione come il danneggiamento, la violazione di proprietà e l'interferenza con le attività commerciali, riuscendo questa volta a ottenere un verdetto favorevole, seppur ridimensionato nella cifra dal giudice James Gion.

La replica di Greenpeace e la strategia del ricorso

Di fronte a quella che definisce una vera e propria azione intimidatoria, un esempio lampante di quelle cause strategiche contro la partecipazione pubblica note con l'acronimo SLAPP, Greenpeace non ha intenzione di arrendersi e ha immediatamente annunciato che chiederà un nuovo processo e, in subordine, che presenterà appello alla Corte Suprema del North Dakota. I legali dell'organizzazione, e in particolare Marco Simons, general counsel ad interim per le realtà americane, hanno sottolineato come l'importo includa decine di milioni di dollari per la mera firma di una lettera aperta indirizzata a delle banche, un documento sottoscritto peraltro da altre cinquecento organizzazioni; un paradosso, sostengono, che stride con il fatto che l'oleodotto, nonostante tutto, ancora oggi non abbia tutte le necessarie autorizzazioni ambientali definitive per operare in piena legalità, e che i ritardi nella sua costruzione fossero stati in realtà determinati dalle decisioni del degli Ingegneri dell'Esercito americano. L'organizzazione madre, Greenpeace International con sede nei Paesi Bassi, sta inoltre portando avanti un'azione legale parallela in Europa contro Energy Transfer, invocando la nuova direttiva europea anti-SLAPP, un banco di prova che potrebbe ribaltare le sorti della vicenda o quantomeno porre un freno a quelle che vengono percepite come pratiche giudiziali vessatorie da parte delle multinazionali dei combustibili fossili.

Le implicazioni politiche e il ruolo di Energy Transfer

Sullo sfondo di questa complessa vicenda giudiziaria, che si trascina ormai da quasi un decennio e che è destinata a proseguire ancora a lungo tra le corti americane e quelle olandesi, resta la scomoda posizione di Energy Transfer, il cui amministratore delegato Kelcy Warren figura stabilmente tra i principali finanziatori del Partito Repubblicano e dello stesso presidente Trump, un dettaglio che Greenpeace non ha mancato di sottolineare per evidenziare quello che considera un intreccio di interessi tra politica e grandi ration energetiche. Non è un caso che la società, forte di questa sentenza, stia espandendo i propri interessi anche in Europa, come dimostra la recente acquisizione, tramite la controllata Sunoco, del colosso tedesco TanQuid, operatore di importanti siti di stoccaggio di carburanti, una mossa che ha sollevato più di una preoccupazione in Germania per la sicurezza delle proprie infrastrutture critiche. La condanna miliardaria, insomma, pur rappresentando un colpo durissimo per le casse di Greenpeace, rischia di trasformarsi in un simbolo della resistenza ambientalista contro quelle che vengono dipinte come manovre giudiziali finalizzate a soffocare il dibattito pubblico e a criminalizzare la protesta pacifica, con il rischio concreto che la libertà di espressione, garantita dal primo emendamento, esca indebolita da questa complessa e controversa pagina di cronaca giudiziaria americana.

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